Venezia76 – Concorso: “Ad Astra”, un film di James Gray, la recensione

Ad Astra (id, Usa, 2019) di James Gray con Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Ruth Negga, Liv Tyler, Donald Sutherland, Loren Dean, Kimberly Elise, Lisa Gay Hamilton, Anne McDaniels, John Ortiz

Sceneggiatura di James Gray e Ethan Gross

Fantascienza, 2h 04’, 20th Century Fox Italia, in sala dal 26 settembre 2019

Voto: 5 su 10

Il viaggio nello spazio come alienazione – è proprio il caso di dirlo – dell’uomo contemporaneo dalle sue paure. Per spiegare Ad Astra, suo primo film di fantascienza in un ricco carnet di drammi famigliari declinati in varie forme, il regista James Gray ci va giù pesante: “È come se avessi preso un pizzico di Cuore di tenebra di Conrad, proprio come ha fatto Coppola in Apocalypse Now, e lo avessi miscelato con le atmosfere di 2001: Odissea nello spazio, per farne uscire qualcosa di originale”. Un tentativo francamente maldestro di intimismo cosmico, si direbbe, di cui è protagonista assoluto l’imbambolato Brad Pitt, il divo dallo sguardo ceruleo perennemente abbacchiato.

In un futuro prossimo, la terra è straziata da inspiegabili sbalzi energetici che generano continue catastrofi. L’astronauta Roy McBride (Pitt) viene incaricato dall’intelligence americana di recarsi su Marte per tentare una comunicazione con il segretissimo Progetto Lima, una spedizione capitanata da suo padre, il leggendario H. Clifford McBride (Lee Jones), data per dispersa da oltre sedici anni: il sospetto è che il vecchio McBride sia vivo e che sia la causa dei nefasti eventi, rappresentando quindi una pericolosa minaccia da neutralizzare. Roy, che a causa dell’assenza paterna ha sviluppato un carattere tristo e solitario, finalmente ha l’occasione di rimediare al male subìto e di dare una svolta alla sua esistenza arida di rapporti umani e di affetti. Ma la missione avrà degli inattesi sviluppi.

Gravato dalla costante e sentenziosa voce fuori campo del protagonista, Ad Astra vorrebbe spalancarsi verso i significati più profondi della vita (siamo più soli sulla Terra o in orbita?) e invece si accartoccia malamente su se stesso, risolvendosi in un tedioso e vuoto lamento esistenziale, debitore di Tarkovskij e dell’ultimo Malick.

Al netto di quella che, probabilmente, è la narrazione cinematografica esteticamente più realistica di sempre di un viaggio spaziale, con vette altissime raggiunte non solo nel campo degli effetti speciali, strabilianti, ma anche in ambito fotografico (Hoyte Van Hoytema) e scenografico (Kevin Thompson), il film non riesce mai a centrare il discorso padre-figlio e fallisce miseramente il tentativo di raccontare una storia intima, seppur risaputa, martoriandola con un commento musicale (di Max Richter) disperante.

Su tutto, giganteggia per mancanza di comunicativa l’infelice Brad Pitt, sempre più convinto della sua vasta gamma espressiva ma incapace di far scendere una lacrima neppure con gli occhi carichi di collirio. Coinvolgimento a gravità zero, James Gray sempre più abbandonato nello spazio.

Giuseppe D’Errico

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