Nina (Italia, 2012) di Elisa Fuksas con Diane Fleri, Luca Marinelli, Marina Rocco, Andrea Bosca, Ernesto Mahieux, Luigi Catani, Claudia Della Seta
Sceneggiatura di Elisa Fuksas e Valia Santella
Commedia, 1h 24’, Fandango, in uscita il 18 aprile 2013
Voto: 5 su 10
C’era un tempo in cui la Capitale agostana era silenziosa e deserta, dove la dimensione sognante e fuori dal reale si rifletteva perfettamente in un quartiere speculare come l’Eur, l’altra Roma per eccellenza, ritratta da Antonioni e Fellini come luogo catartico e simulacro di solitudini contrastanti, forse irrisolvibili.
Proprio all’Eur, la neo-regista Elisa Fuksas tuffa la sua protagonista, Nina (Diane Fleri), ragazza dall’immaginazione fervida e dalla personalità dubbiosa, che si ritrova a dover badare al cane depresso del suo migliore amico (Andrea Bosca) nel torrido agosto romano. Personaggi volatili le ronzano intorno: il professor De Luca (Ernesto Mahieux), sinologo napoletano che le insegna l’arte dell’ideogramma, il piccolo Ettore (Luigi Catani), custode del palazzo dove è finita a vivere, Marta (Marina Rocco), pasticcera delusa che vuole diventare cantante, e Fabrizio (Luca Marinelli), un violoncellista misterioso che la segue giorno e notte.
Opera d’esordio fragile e visionaria, con cui la Fuksas, in una sorta di seduta psicanalitica autobiografica, porta sullo schermo le proprie passioni e paure, dai dolci a Mozart, dalle fiabe agli origami, ma anche l’allontanarsi dal centro delle cose, l’aridità, l’isolamento.
Attraverso un personaggio emblematico di quello che è stato definito “precariato esistenziale”, il film vola lieve da una sequenza all’altra, alternando immagini splendide a un senso morale che fatica non poco a disvelarsi.
La costruzione maniacale di ogni inquadratura dimostra una padronanza architettonica di sguardo e una personalità estetica che si riallacciano al passato di studi della regista che, al contrario, non riesce a suggerire a sufficienza dei contenuti che possano ben amalgamarsi a una confezione fin troppo invadente.
L’overture intima di Nina, cui Diane Fleri infonde una fresca empatia, resta così soffocata da figure e forme opprimenti, solo talvolta funzionali al racconto, più spesso fini a se stesse.
Giuseppe D’Errico













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