“Love”, più i Roses che Bergman ma il grottesco coniugale si gusta

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Ass. Cult. Progetto Goldstein – CK Teatro
LOVE
L’amore ai tempi della ragione permanente
Omaggio a Ingmar Bergman
di Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio  Morgan
regia Leonardo Ferrari Carissimi
con Marco Cocci,  Anna Favella, Chiara Mancuso, Gabriele Paolocà
musiche originali The Niro
scene e costumi Alessandra Muschella
luci e fonica Marco  Scattolini,
grafica  Martin Emanuel Palma

In scena al Teatro dell’Orologio di Roma fino al 15 maggio

Voto: 6½ su 10

Diciamo che la citazione iniziale direttamente dall’horror demoniaco-coniugale Rosemary’s Baby di Roman Polanski ha ben poco a che vedere con Ingmar Bergman. Diciamo pure che il testo stesso, i suoi concetti e i relativi sviluppi, si possono solo pretestuosamente accostare alle vertiginose profondità psicologiche che il grande regista svedese ha indagato nella sua produzione cinematografica. Il modello dichiarato dell’omaggio di Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan è Scene da un matrimonio, ma potrebbe essere tranquillamente La guerra dei Roses o American Beauty. Al netto di questa apprezzabile seppur labile ispirazione, c’è un grottesco coniugale con implicazioni di classe su più fronti che, a ben vedere, riporta alla mente quei bei drammoni sudisti della mamma.

loveTroviamo una coppia di giovani domestici, intenti a discutere sul loro status sociale inequivocabilmente di terz’ordine e senza lesinare in recriminazioni reciproche, mentre apparecchiano la tavola per il quarantesimo compleanno del padrone di casa. Nonostante i lunghi preparativi, la festa è stata disdetta all’ultimo momento. La minestra è per due: Davide, psichiatra depresso e tormentato, e sua moglie Virginia, avvocato divorzista di schiatta altoborghese, non si sopportano più. Le accuse volano, le infamie colpiscono, il gelo di sentimenti è ovunque. Una bottiglia di vino avvelenato si rivelerà provvidenziale.

Il matrimonio è la tomba dell’amore, e il tavolo è agghindato di corone di margherite bianche come una cassa da morto. Bianche le sedie squadrate e pesanti, bianco il pavimento, bianca quest’unione timbrata da gelosie private e insoddisfazioni pubbliche. Lui altero e sprezzante, lei rigidissima nelle sfacciate cadenze di signora bene, i servi osservano, la donna medita atroce vendetta. Nulla di originale, ma senza inutili eccessi e servito con la giusta dose di bile per essere digerito come si deve. Splendida messa in scena di un’umanita raggelata, non solo grazie alle scene precise di Alessandra Muschella, ma anche per la solennità da requiem delle musiche di The Niro e per un riuscitissimo gioco di luci e ombre che incornicia i protagonisti quasi fossero carte di un gioco da tavola con delitto annesso. Qualche dubbio sulla recitazione volutamente esasperata degli interpreti: gli occhi sempre sbarrati della Mancuso stufano, meglio il maledettismo rauco di Cocci e, soprattutto, la trascinata demoralizzazione di Anna Favella.

Giuseppe D’Errico

One Response to “Love”, più i Roses che Bergman ma il grottesco coniugale si gusta

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