Cinedeaf, il Festival Internazionale del Cinema Sordo: quando il silenzio si trasforma in arte

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Quando ci si confronta sul tema della sordità nella produzione cinematografica, riaffiora immediatamente nella memoria collettiva l’indimenticabile interpretazione di Marlee Matlin in Figli di un Dio minore, film che nel 1987 le fece ottenere (prima attrice sorda nella storia) il premio Oscar e, allo stesso tempo, aprì un varco tra il mondo dei sordi, fino ad allora in prevalenza ignorato e percepito come estraneo, e quello degli udenti che furono spinti a riflettere su una realtà che avevano troppo spesso lasciato ai margini. In tempi più recenti, la giovanissima Millicent Simmonds, madrelingua, ha conquistato il pubblico dell’ultimo Festival di Cannes con la pellicola Wonderstruck, dove recita in Lingua dei Segni. Mentre, l’altrettanto promettente tredicenne Millie Bobby Brown, è diventata uno dei personaggi più amati dell’acclamata serie televisiva Stranger Things, nonostante la sua quasi totale sordità da un orecchio che, tuttavia, non le impedisce di lavorare con notevole talento in prodotti destinati agli udenti.

Il messaggio non è da sottovalutare: la convinzione che ci sia un’insanabile difficoltà di comprensione tra la comunità sorda e quella udente più che da considerarsi reale è, piuttosto, una suggestione mentale di quest’ultima. Un condizionamento, questo, che il Festival Internazionale del Cinema Sordo invita a sfatare, con un programma di qualità, che propone opere assolutamente non di settore ma, anzi, rivolte a tutti. Giunto, pur non senza qualche difficoltà, alla sua quarta edizione, il Cinedeaf ha guadagnato negli anni un prestigio internazionale, lavorando con competenza sull’obiettivo di dimostrare quanto siano infinite le capacità espressive e le potenzialità artistiche delle persone sorde. Una capacità di comunicazione talmente profonda che, in alcune occasioni, è la lingua verbale ad essere limitata nel trovare le parole adatte a tradurre le sfumature e la ricchezza che intercorrono tra un segno e l’altro, quando le mani si muovono fluide nello spazio.

Il Festival, che il Maxxi di Roma ospita quest’anno da venerdì 17 novembre a domenica 19 novembre, offre un ricco carnet con circa 30 produzioni di varia nazionalità, tra documentari, film e cortometraggi, con una particolare attenzione alle scuole che sono state coinvolte in concorsi dedicati ed in iniziative mirate. Madrina d’eccezione Vittoria Puccini, che ha svolto il proprio compito con evidente e sincero trasporto e che si è confrontata con l’universo sordo attraverso la sua attività di attrice, in passato nel lungometraggio Tutta colpa di Freud di Paolo Genovese e, oggi, con la fiction di imminente uscita Romanzo famigliare, di Francesca Archibugi. Organizzato dall’Istituto Statale per Sordi di Roma, Cinedeaf rappresenta un unicum in Italia nel promuovere la conoscenza del Talento Sordo, anche attraverso speciali discipline come il Visual Vernacular, una peculiare tecnica poetica in lingua dei segni creata dall’artista americano Bernard Bragg, che ha in Italia il maggior esponente nel corpo e nel movimento di Giuseppe Giuranna, membro della giuria del Cinedeaf. Ogni proiezione è corredata da sottotitoli in italiano ed in inglese, un incontro tra lingue diverse che non divide ma, al contrario, unisce perché questo Festival ha come finalità non tanto l’accessibilità quanto l’inclusione. E resterete stupiti di come il silenzio possa trasformarsi in arte. Di come la luce di uno sguardo o l’intensità di un volto possano raccontare pensieri ed emozioni in maniera altrettanto significativa. Forse anche più della voce. Non sbagliava Gibran Khalil quando, nei suoi scritti, suggerì di ascoltare una persona quando ti guarda, non quando ti parla.

Lidia Cascavilla 

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