Venezia76 – Concorso: “J’Accuse – L’ufficiale e la spia”, un film di Roman Polanski, la recensione

J’Accuse – L’ufficiale e la spia (J’Accuse, Francia/Italia, 2019) di Roman Polanski con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Melvil Poupaud, Mathieu Amalric, Damien Bonnard, Denis Podalydès

Sceneggiatura di Robert Harris e Roman Polanski, tratto dal romanzo “L’ufficiale e la spia” di Robert Harris (ed. Mondadori)

Storico, 2h 12’, 01 Distribution, in sala dal 21 novembre 2019

Voto: 8½ su 10

Da tempo Roman Polanski cercava di portare sul grande schermo il tristemente celebre “affaire Dreyfus”, uno dei più clamorosi scandali giudiziari del diciannovesimo secolo, forse più per sensibilità al tema che per altro. Come ben noto, infatti, il grande regista polacco ha non poca familiarità con i meccanismi di persecuzione legislativa che il film, non a caso, scandaglia con clinica precisione; certamente la questione personale di Polanski non ha nulla a che vedere con la macchinazione e conseguente indagine che il film racconta, ma è altresì evidente quanto il caso l’abbia ispirato, per ovvie ragioni.

Sulla scorta del romanzo “L’ufficiale e la spia” di Robert Harris (lo stesso autore dal quale il regista trasse L’uomo nell’ombra), il film è la ricostruzione minuziosa del processo che, nel 1894 e fino al 1906, coinvolse esercito, politici e opinione pubblica, infiammando il dibattito francese tra colpevolisti e innocentisti, e che portò all’arresto e all’esilio del capitano di origine ebraica Alfred Dreyfus (Louis Garrel), accusato di aver cospirato contro la nazione passando informazioni segrete ai tedeschi. Un commissario del controspionaggio militare, George Piquart (Jean Dujardin), che pure aveva a suo tempo avallato la condanna, tornò a indagare sulla traversia, scoprendo come in realtà il processo si basò su prove discutibilissime e che, a riprova di quella che si confermò essere una farsa ordita ad arte dai piani alti del potere, il flusso informativo verso la Germania continuò ben oltre la cattura di Dreyfus. Quando anche Piquart si vide in pericolo, fu l’illustre scrittore democratico Émile Zola a denunciare la situazione nel celeberrimo J’Accuse e ad accendere un faro verso l’ondata di antisemitismo dilagante che stava travolgendo l’Europa.

Il caso Dreyfus divise la Francia per dodici anni, fino a quando il capitano verrà completamente prosciolto da ogni accusa; le sollevazioni a livello mondiale furono enormi e, ancora oggi,  è considerato un emblema dell’iniquità di cui sono capaci le autorità politiche, nel nome degli interessi nazionali. Polanski restituisce un pezzo di storia francese con assoluta chiarezza e oggettività, prendendosi i suoi tempi algidi e rinunciando a un facile ricorso all’enfasi. A 86 anni, ormai, il grande regista polacco non ha davvero più nulla da dimostrare e può permettersi di scuotere qualche coscienza, in barba alle polemiche che lo accompagnano: nelle pieghe di una detection storica quanto mai cruciale per le decadi a venire, non rinuncia a mettere in bocca al suo capo d’armi senza scrupoli una frase raggelante: “il nostro dovere è far sì che certi segreti muoiano con noi”. Nella sua illuminata devozione alla verità, J’Accuse – L’ufficiale e la spia è un colpo al cuore per ogni spettatore che antepone la conoscenza all’ignoranza, sempre e comunque. E con un Jean Dujardin monumentale.

Giuseppe D’Errico

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