“The Father”, un film di Florian Zeller, la recensione

The Father – Nulla è come sembra (The Father, GB/Francia, 2020) di Floria Zeller con Anthony Hopkins, Olivia Colman, Rufus Sewell, Imogen Poots, Olivia Williams, Evie Wray, Mark Gatiss

Sceneggiatura di Florian Zeller e Christopher Hampton, dall’omonima pièce teatrale di Florian Zeller

Drammatico, 1h 38’, BiM, in uscita il 20 maggio 2021

Voto: 8 su 10

Il cinema contemporaneo non di rado ha raccontato la malattia mentale degenerativa, in particolar modo il morbo di Alzheimer, forse una delle forme più tragiche di abbandono che si possano immaginare. In Italia è stato Pupi Avati, con commovente dolcezza, ad affrontarla in Una sconfinata giovinezza con Fabrizio Bentivoglio, mentre è Julie Christie l’indimenticabile protagonista che si abbandona alle nebbie della memoria nel gioiello di Sarah Polley Away from her; più di recente, Michel Haneke e la grande coppia Trintignant-Riva con il devastante Amour, e ancora Still Alice, dove una magnifica Julianne Moore ci faceva vivere ogni attimo di una drammatica presa di coscienza. Ma ce ne sono molti altri. Ognuno di questi film affronta la patologia assecondando un punto di vista, un’angolazione, una predisposizione di volta in volta differente eppur comune a chiunque abbia avuto la sfortuna di confrontarsi con questo male.

The Father è tratto da un apprezzatissimo testo teatrale che il drammaturgo francese Florian Zeller, oggi quarantaduenne, scrisse nel 2012: a Broadway è stato portato in scena con l’interpretazione di Frank Langella, in Italia con Alessandro Haber. Questa seconda trasposizione per il grande schermo – dopo Florida di Philippe Le Guay, 2015 – è diretta dallo stesso Zeller, al suo esordio dietro la macchina da presa, e da lui (ri)scritto in collaborazione con il grandissimo commediografo e sceneggiatore Christopher Hampton (Le relazioni pericolose, Espiazione, Cherì). Nei ruoli principali troviamo un immenso Anthony Hopkins e la sempre sublime Olivia Colman. Il risultato di una tale commistione di talenti è uno dei film più belli e complessi della stagione.

Ciò che a teatro era “solo” il dramma di un vecchio signore ormai incapace di distinguere persone, tempi e luoghi che lo circondano, al cinema diventa un avvolgente e straniante horror della mente: l’anziano Anthony (il nome è un regalo di Zeller per il suo magistrale interprete), angosciato dal furto del suo orologio da polso e dall’imminente partenza di sua figlia (Colman) per l’Europa, si aggira pensoso nella sua bella casa sul parco di Londra. La sua quotidianità sembra programmata su di una rigida routine fatta di letture, visite e pillole, eppure attorno a lui, impercettibilmente, le cose cambiano, i dialoghi si ripetono, i volti si confondono, tutto secondo un’imprevedibile ciclicità. Lampi di passato squarciano la foschia di un presente sempre più inafferrabile, la geografia del reale muta crudelmente forma, ma i sentimenti paterni continuano ad urlare…

Zeller e Hampton firmano una sceneggiatura di straordinaria raffinatezza meta-narrativa, e rivelare ogni espediente adottato per rendere l’esperienza il più possibile immersiva nel microcosmo oscuro del protagonista sarebbe ingrato per l’originalità di un lavoro di scrittura che ha meritato l’Oscar. Lungi dall’essere un mero esercizio di tecnica compilativa, The Father è soprattutto l’indagine di un’affettività piena di colpe, che la malattia non fa altro che amplificare, in un racconto di spietata lucidità, privo di ogni retorica o pietismo. Zeller, forse perché conosce perfettamente gli spazi della sua pièce, dirige il film con precisione, affidandosi a un comparto di maestranze (fotografia di Ben Smithard, montaggio di Yorgos Lamprinos, musiche di Ludovico Einaudi) in grado di contrappuntare alle perfezione tutte le tonalità del dramma.

Impossibile valorizzare un simile materiale senza un attore all’altezza del compito: la prova di Anthony Hopkins, non a caso, è quanto di più emozionante si possa chiedere all’arte della recitazione, qui esaltata in ogni più piccola sfumatura. Applausi a scena aperta e Oscar sacrosanto anche per lui, a trent’anni da quello per Il silenzio degli innocenti. Un film importante che sugella una carriera eccezionale.

Giuseppe D’Errico

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