“Nomadland”, un film di Chloé Zhao, la recensione

Nomadland (id, Usa, 2020) di Chloé Zhao con Frances McDormand, David Strathairn, Linda May, Swankie, Bob Wells

Sceneggiatura di Chloé Zhao, dal libro “Nomadland. Un racconto d’inchiesta” di Jessica Bruder (Edizioni Clichy)

Drammatico, 1h 48’, The Walt Disney Company Italia, in uscita il 26 aprile 2021 e dal 29 aprile in VOD

Voto: 6 su 10

In una stagione cinematografica segnata indelebilmente dalla pandemia e dalla chiusura delle sale, Nomadland di Chloé Zhao ha rappresentato l’obiettivo principale dal quale ripartire: forte di una eco importante, iniziata ben prima del Leone d’Oro vinto alla 77a Mostra del Cinema di Venezia, dove  era in assoluto il titolo più atteso, il film ha terminato la sua cavalcata verso la gloria durante la notte degli Oscar più morigerata che storia ricordi, con il riconoscimento alla regia, all’attrice protagonista (una McDormand a quota 3 statuette) e al film stesso. Restrizioni permettendo, l’opera dell’autrice cino-americana è riuscita a conquistarsi il buio della sala, ma con distribuzione on demand in contemporanea, come fiore all’occhiello dell’ormai lanciatissimo bouquet Disney.

Eppure Nomadland, col suo incedere contemplativo, con le sue sospensioni simboliche e i suoi silenzi che esplodono nella vastità del paesaggio che porta in scena, forse tutte queste lodi neppure le cercava. Il film di Chloé Zhao, possibile terzo capitolo di un’ideale trilogia sulla fine del mito della frontiera, aperta da Songs My Brothers Taught Me e proseguita con The Rider, è infatti il racconto privato di una donna di nome Fran (Frances McDormand) che, a seguito della rottamazione economica di una cittadina aziendale del Nevada rurale, decide di intraprendere una vita di nomadismo a bordo del suo carvan. Le sue motivazioni non sono ben chiare, se fondate su un desiderio di solitudine o strascico dalla perdita degli affetti più cari, o forse per indigenza; quel che è certo è un sentimento di fuga dalla modernità alla quale la donna sente di non poter più appartenere.

Il film, attraverso il viaggio on the road della protagonista, che trova nella McDormand un’interprete insolitamente trattenuta, si fa palco per una realtà di rado battuta dal cinema americano, e che avrebbe probabilmente meritato una narrazione più robusta per riuscire a tradursi in una forma che ne rispettasse la straordinaria suggestività. Invece Nomadland, a dispetto di un incipit preciso e assolutamente in grado di fotografare una vicenda personale all’interno di un quadro tematico più vasto, si perde col passare dei minuti in un racconto sfilacciato e ripetitivo, incapace di assecondare l’autodeterminazione della sua eroina con una scrittura a tutto tondo.

Al contrario, l’incedere resta vago e sempre più fiacco e privo di interesse, con una propensione neppure ben celata ad affidarsi con troppa fiducia all’immensità delle badlands, fotografate in tutta la loro estatica bellezza, per creare consistenza drammatica. Anche i bozzetti pseudo-documentaristici, spesso leziosi, con i veri nomadi che raccontano a Fran le loro esperienze di vita non fanno altro che spostare continuamente l’asse narrativo verso luoghi e dimensioni cinematografiche che Chloé Zhao, forse, non è ancora in grado di gestire con sicurezza. D’altro canto, il suo imminente cambio di rotta autoriale con un cinecomic è la prova del nove di una personalità artistica non propriamente definita.

Giuseppe D’Errico

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