“Misery” di William Goldman, uno spettacolo di Filippo Dini, la recensione

MISERY

di William Goldman, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King

con Arianna Scommegna, Filippo Dini, Carlo Orlando

Traduzione Francesco Bianchi, scene e costumi Laura Benzi, musiche Arturo Annecchino

assistente alla regia Carlo Orlando

Regia di Filippo Dini

Produzione di Fondazione Teatro Due, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino- Teatro Nazionale

In scena al Teatro Sala Umberto di Roma dal 19 novembre al 1 dicembre

Voto: 6 su 10

Per tutti gli amanti della recitazione sopra le righe, eccessiva, istericamente urlata e al limite dello scioglilingua virtuosistico, ecco Filippo Dini e soprattutto Arianna Scommegna in Misery, titolo divenuto ormai proverbiale della produzione letteraria del maestro dell’orrore Stephen King, proposto nell’adattamento teatrale che ne trasse lo sceneggiatore e romanziere William Goldman, già alle prese con la memorabile trasposizione cinematografica dell’opera, quel Misery non deve morire diretto nel 1990 dal regista di Harry ti presento Sally Rob Reiner e interpretato da una Kathy Bates in stato di grazia.

Difficile attendersi da un autore come Goldman – due volte premio Oscar alla sceneggiatura, per Butch Cassidy e Tutti gli uomini del presidente – un lavoro di drammatizzazione poco meno che perfetto: il copione segue fedelmente l’escalation di segregazione e violenza al centro del libro e del film, dilatando alcune singole situazioni in modo da porre ancora più in risalto la sottile vena caustica che scorre nel legame tra la carceriera Annie Wilkes e il suo prigioniero Paul Sheldon: lui è bloccato a letto dopo un brutto incidente stradale tra le nevi del Colorado, lei è entusiasta di poter accudire il suo romanziere preferito. Ma quando Annie scopre che il personaggio di Misery Chastain, eroina della serie di libri che ha tanto amato, muore nel romanzo che dovrebbe concludere il ciclo, costringe Paul a scrivere una nuova storia in cui la protagonista ritorni in vita. A costo di pagare con la sua.

Straordinaria visione grottesca che lega il fan al proprio idolo, impareggiabile satira sulla scrittura che gioca con le attese del lettore/spettatore, ma anche un grande thriller claustrofobico pieno di geniali sottotesti metaletterari sui generi, Misery si presenta sul palco del Sala Umberto di Roma in un allestimento scenico decisamente efficace: la casa della protagonista è riprodotta su una pedana rotante che, di volta in volta, svela la camera da letto, l’ingresso, la cucina e il patio esterno, a seconda di quanto preveda la narrazione, in un tripudio di geometrie sbilenche e luci di taglio che assicurano un colpo d’occhio di grande effetto spettacolare. L’invenzione teatrale si fa completa quando riesce a coinvolgere tutti e quattro i luoghi nel momento di maggiore tensione della vicenda. La recitazione enfatica oltre ogni limite, comunque applauditissima dal pubblico, rischia però di limitare le potenzialità drammatiche del lavoro di Goldman: sia Dini che la Scommegna gigioneggiano a tutto spiano, degenerando incautamente in una farsa macabra e sguaiata, fatta di fisicità inconsulta e strepiti a squarciagola. Sarà efficace tanta sovraeccitata foga interpretativa? La platea sembra aver gradito, l’antipatico critico un po’ meno. E, ovviamente, sarà il secondo a essere in torto.

Giuseppe D’Errico

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