“Il motore di Roselena” di Gea Martire e Antonio Pascale, uno spettacolo di Nadia Baldi, la recensione

IL MOTORE DI ROSELENA

da un’idea di Gea Martire

drammaturgia di Antonio Pascale

con Gea Martire

regia Nadia Baldi

costumi Carlo Poggioli

spazio scenico Rossana Giugliano

In scena al Teatro della Cometa di Roma

Voto: 8 su 10

Storia di un’emancipazione femminile “rombante”, viaggio nella memoria furente, sarcastica disamina sull’autoaffermazione di un’identità sui generis, ma soprattutto straripante ed entusiasmante palcoscenico per il talento bruciante di una grande attrice che si chiama Gea Martire, mattatrice unica e assoluta de Il motore di Roselena, monologo senza sosta da lei stessa ideato e poi ceduto nelle mani esperte di Antonio Pascale, che ne ha curato la drammaturgia, e di Nadia Baldi, che congeda un’ennesima prova registica di rara precisione.

Spazio cubico, atmosfera asettica fatta di teloni di plastica che rivestono un limbo atemporale che si colora, di volta in volta, delle emozioni della protagonista, Roselena: nata alle pendici del Vesuvio quando alle donne era solo dovuto di sparecchiare, cresce tra l’autofficina meccanica e lo sfascio di carrozzerie degli amati zii; scopre il sesso a tredici anni con una Giulietta Spider, per poi servirsene in adolescenza per barattarlo in cambio di un giro in motocicletta. La sua scuola sono le riviste di motori, la sua fissazione le automobili. In barba a ogni luogo comune, Roselena persegue strenuamente il suo sogno, a costo di sacrificare ogni altro aspetto della sua vita. Attorno a lei, gli sguardi invidiosi e perfidi degli uomini che, identificandola come una minaccia, non potranno far altro che darle della puttana…

La dinamica della narrazione è scandita dall’incapacità intrinseca della protagonista di non poter fare a meno di rapportare eventi e figure che popolano la sua storia ad un tratto distintivo del meccanismo automobilistico: la Martire riproduce urla e risate quasi stesse inchiodando sull’asfalto, la sua voce sterza, il suo corpo va in folle e si incanta nel moto perpetuo di una catena di montaggio, poi di nuovo accellera in salita, freme in picchiata, sprezzante verso le regole del maschio e di una società che vorrebbe porre dei limiti alla sua straripante voglia di libertà.

Un testo impegnativo e rischiosissimo, metafora vitale e ironica, benchè sconfitta, di un riscatto esistenziale che passa dall’accettazione all’autodeterminazione tra le lamiere, croce e delizia di un personaggio femminile difficilmente dimenticabile: Gea Martire lo interpreta con splendida intensità, muovendosi in quest’antro privato dei ricordi cavalcando tavoli e sedie, diffondendo i suoi umori più feroci pur strizzata in una sorta di tutina lattea, ma con giacca di pelle fiammante e stivali a sottoliearne l’indole indomita. Una performance da applausi che ci consegna, ancora una volta, la ricchezza di toni drammatici e il carisma di una mai troppo lodata Gea Martire.

Giuseppe D’Errico

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