“Il collezionista di carte”, un film di Paul Schrader, la recensione

Il collezionista di carte (The Card Counter, Usa, 2021) di Paul Schrader con Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan, Willem Dafoe, Ekaterina Baker

Sceneggiatura di Paul Schrader

Drammatico, 1h 52’, Lucky Red, in uscita il 3 settembre 2021

Voto: 7 su 10

La filmografia del grande Paul Schrader si arricchisce di un nuovo personaggio, interpretato splendidamente da Oscar Isaac, utile a rimarcare ancora una volta il punto di vista pessimistico e profondamente disilluso dell’autore sui concetti di destino e redenzione. Il collezionista di carte, solo apparentemente un film sul gioco d’azzardo, è una vera e propria parabola, tra il filosofico e il cristologico, su un uomo sospeso in un limbo: alle sue spalle c’è un passato traumatico, davanti a sé un futuro di espiazione, ma solo a fronte di altra violenza.

Il protagonista William Tillich (Isaac) è un reduce della guerra in Iraq, con alle spalle una pena di otto anni di carcere come uno dei torturatori di Abu Grahib. In cella ha letto Le Meditazioni di Marco Aurelio e ha sviluppato un talento naturale per il conteggio delle carte da poker. Ora la sua vita è un girovagare quasi disinteressato tra casinò e stanze di motel: nella solitudine della notte scrive, forse, le sue memorie, riflettendo sull’orrore della sua colpa e accettando ogni conseguenza con penitente stoicismo . Il gioco, attuato senza dare troppo nell’occhio perché contare le carte è illegale negli Stati Uniti, consente a William di esorcizzare quei trascorsi spaventosi per cui ha pagato ma dai quali nulla potrà redimerlo. Fino a quando, sul suo cammino, non incontra Cirk (Tye Sheridan), un giovane spiantato e pieno di debiti, il cui padre, morto suicida, era un ex commilitone di Tillich in Iraq. Il ragazzo è accecato da un senso di vendetta verso il Maggiore Gordo (Dafoe), addestratore e mandante delle sevizie per cui pagarono esclusivamente gli esecutori, immortalati in aberranti foto-verità. William, che si fa chiamare Will Tell (ossia Guglielmo Tell, come il leggendario eroe svizzero) vorrebbe proteggere Cirk, aiutandolo a rimettersi economicamente in sesto grazie alle vincite nei tornei di gioco che gli procura l’agente La Linda (Tiffany Hiddish), ma il conflitto tra giustizia materiale e divina provvidenza è insanabile.

Schrader avanza riflessioni disturbanti, ci parla dell’impossibilità di poter espiare una colpa senza commetterne un’altra, prosegue efficacemente la sua poetica che, sin dai tempi di Taxi Driver, di cui scrisse la sceneggiatura, non smette di guardare con cupezza e disincanto alle vicende umane. A un copione di grande spessore tematico, qua e là appesantito da un eccesso di dialogo, fa da contraltare una visione estetica dal rigore formale anni Ottanta, una decade che ha segnato i più celebri successi commerciali del regista. L’iconoclastia, questa volta, si ferma alle distorsioni grandangolari dei flashback che ossessionano il protagonista, e alle luci lisergiche che colorano una passeggiata serale mano nella mano, in una sorta di infernale Disneyland al neon. Le emozioni migliori, anche dal punto di vista dello sguardo, Schrader le riserva alle fasi finali di questo suo racconto senza scampo, a una scena d’amore lungamente attesa e a un estremo ritrovarsi che si fa ricordare. Probabilmente non sarà nulla di nuovo, ma senza dubbio è Cinema serio, filosofico, aperto alla discussione.

Giuseppe D’Errico

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