Archivio. “Il tigrotto”, un film di Jerry Hopper, la recensione

Il tigrotto (The Toy Tiger, Usa, 1956) di Jerry Hopper con Jeff Chandler, Tim Hovey, Laraine Day, Cecil Kellaway, David Janssen, Richard Haydn

Sceneggiatura di Marcella Burke, Frederick Kohner, Ted Sherdeman

Commedia, 1h 28’, Universal International Pictures.

Voto: 6 su 10

Non vi è dubbio sul fatto che un film come Il tigrotto di Jerry Hopper non abbia grandi meriti artistici, pertanto si potrebbe tranquillamente trascurarlo e riporlo nel dimenticatoio dove pure ha riposato per tantissimi anni. È una commediola americana zuccherosa ed edificante, tipicamente anni Cinquanta, di quelle che riunivano le famiglie al cinema la domenica pomeriggio e che si potevano guardare a casa con i bambini stesi sul tappeto a reggersi il mento con le mani, uno di quei film fasulli e innocui che lasciano il sorriso sulle labbra e con l’idea che il mondo sia un distributore di caramelle per persone a cui non verrà mai la carie. Eppure, saranno questi tristissimi tempi di pessimismo cosmico umano che ci troviamo a vivere, sarà l’incredibile penuria di buoni sentimenti semplici e genuini della recente commedia americana, sarà per l’atmosfera nostalgica da cartellone pubblicitario che avvolge la storia, sarà perché abbiamo voglia di riposarci un po’, ma la visione del Tigrotto rischia di diventare un prezioso toccasana per l’umore.

Il film, nella sua totale mancanza di pretese, si caratterizza subito per una sceneggiatura piacevolmente architettata, per la simpatia degli interpreti e per un particolare gusto illustrativo che riporta immediatamente indietro al “realismo romantico” dei disegni di Norman Rockwell. Protagonista della storia è il piccolo Timmie, un irresistibile esordiente di nome Tim Hovey, che cerca in tutti i modi di far credere ai propri compagni di college di avere un padre, che in realtà non ha, inventando strabilianti avventure di caccia che lo vedrebbero eroe assoluto. Messo alle strette, però, decide di “ingaggiare” un aitante pubblicitario (Jeff Chandler) per la delicata messa in scena, che riesce alla perfezione agli occhi degli amichetti invidiosi e a quelli dei direttori di scuola (Kellaway e Haydn). Tra ragazzino e omaccione nasce una tenera amicizia, ma il primo ignora che il secondo è un dipendente della mamma presidentessa d’agenzia (Laraine Day) e, viceversa, l’uomo non immagina che il piccoletto è figlio della sua bella e tirannica principale.

Finale scontato, come giusto che sia, ma il film è pieno di momenti divertenti, dovuti soprattutto alla verve del giovanissimo Hovey e ai continui equivoci legati all’identità di Chandler, stranamente a suo agio in uno dei suoi rari ruoli leggeri. La mano sicura di un egregio artigiano del mezzo come Jerry Hopper e le musiche di Henry Mancini (curiosamente non accreditato) permettono al giochino di scorrere con ritmo agile, sebbene la seconda parte si adatti a schemi inevitabilmente più triti rispetto alla scatenata briosità della prima.

Il film ci offre anche l’occasione di ricordare un attore bravo e sfortunato come Jeff Chandler, divo brizzolato tra i più ricercati del periodo, specie dopo il grande successo nel western di Delmer Daves L’amante indiana (1950), in cui interpretava il capo Apache Cochise, ruolo che gli fece guadagnare una nomination all’Oscar; poco dopo le riprese di Urlo della battaglia di Samuel Fuller, nel 1961, forse la sua prova migliore, Jeff Chandler venne operato per un’ernia al disco, ma un ricovero complicato gli fu fatale: morì ad appena 42 anni, rendendosi involontariamente protagonista di uno dei più tristemente noti casi di malasanità d’America.

Come già anticipato, Il tigrotto rappresenta una sua insolita incursione nella commedia, ma il film da tempo risultava disperso: introvabile in rete, se non in italiano, almeno in lingua originale, figurarsi in home video. Assente dalle programmazioni televisive da almeno un trentennio (impossibile ricavare dati certi), l’opera di Hopper è stata sorprendentemente trasmessa nell’agosto 2019 da Rete 4, in una copia che conservava tutta la vetustà di un recupero di poco conto, ma balzi improvvisi, colori slavati tendenti all’ocra, spuntinature continue e perfino i cartelli dei titoli di testa in italiano hanno reso ancor più magica e preziosa la visione di questo piccolo film dimenticato, in grado di allietare non poco la mente e lo spirito dello spettatore, da quello più bonaccione al più cinefilo, fino all’inguaribile nostalgico.

Giuseppe D’Errico

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