“La vita cronica”: l’Odin Teatret conquista Milano

Foto: Jan Rüsz

LA VITA CRONICA
Odin Teatret a Milano – 50 anni di teatro
Testi di Ursula Andkjær Olsen e Odin Teatret
Drammaturgo Thomas Bredsdorff
Regia e drammaturgia Eugenio Barba
Costumi Odin Teatret, Jan de Neergaard
Con Kai Bredholt, Roberta Carreri, Jan Ferslev, Elena Floris, Donald Kitt, Tage Larsen, Sofía Monsalve, Iben Nagel Rasmussen, Fausto Pro, Julia Varley
Disegno luci Odin Teatret
Produzione Nordisk Teaterlaboratorium (Holstebro), Teatro de La Abadía (Madrid), The Grotowski Institute (Wroclaw)
Al Teatro dell’Elfo di Milano fino al 25 ottobre 2014

Voto: 9 su 10

La vita cronica è un’ora e mezza di scossoni all’anima, un’ora e mezza in cui ti annulli e ti lasci trascinare dagli attori in un mondo lontano ma sempre più vicino, un mondo in cui la guerra ha alterato equilibri e animi. Lo spazio scenico canonico è annullato a favore di un ambiente in cui attori e spettatori convivono e condividono emozioni e sensazioni. Per tutta la durata dello spettacolo il rapporto tra pubblico e scena è violento, le voci degli attori sono vicine, si percepisce il sudore e la polvere, il ghiaccio si rompe, le monetine continuano a cadere rumorosamente. Il filo del discorso non è lineare, ma d’altronde, cosa c’è di lineare in tutto quello che la guerra lascia dietro di se?

Foto: Jan Rüsz

Foto: Jan Rüsz

“I figli devono assistere alla morte del padre” ripete più volte la vedova di un combattente basco (interpretrata da un sorprendente Kal Bredholt e ispirata a Donna Vera, la madre di Eugenio Barba) e questa frase continua a risuonare nella mente dello spettatore anche dopo lo spettacolo: “I figli devono assistere alla morte del padre”… putroppo quando si parla di guerre molto spesso accade il contrario.

Il concetto che resta nella mente dello spettatore una volta usciti da questo spazio “altro” in cui la realtà è sospesa tra violenza, dolore ed estremizzazione delle possibilità fisiche, è la protesta contro l’inevitabilità della morte e una dichiarazione della necessità di continuare a vivere, nonostante tutto. Un tema forte che, nella vita di tutti i giorni, nel momento della difficoltà, ritorna.

Uno dei punti di merito dello spettacolo è da attribuire alla fantastica capacità da parte degli attori di recitare in più lingue, trasformando lo spazio scenico in una babele di grande impatto.

La vedova di un combattente basco interpretata da Kai Bredholt. Foto: Tommy Bay

La vedova di un combattente basco interpretata da Kai Bredholt. Foto: Tommy Bay

Lodevole anche la musica. In scena lo strumento musicale è parte integrante dell’opera. La Fender del musicista rock delle isole Faroe (Jan Ferslev), il violino della violinista di strada italiana (Elena Floris), l’ukulele, la tromba, il corno e, infine, la voce: il più potente strumento che in quest’opera è stata utilizzata in modo sublime.

Chiudiamo la recensione con un pensiero di Eugenio Barba: “Mi è stato detto spesso che i miei spettacoli non sono molto comprensibili. La verità è che a me piace la chiarezza […] a teatro è diverso. Mi capita di guardare uno spettacolo comprensibile e di pensare a un panorama pietrificato: una distesa di ghiaccio. Vivo questa sensazione: un panorama immobile è un panorama disperato”
E in questo spettacolo nulla è stato immobile, nulla è stato pietrificato.

Marianna D’Ambra

LA TRAMA (fonte Odin Teatret):

L’azione si svolge contemporaneamente in Danimarca e in altri paesi d’Europa nel 2031, dopo la terza guerra civile.
Individui e gruppi con retroterra diversi si ritrovano insieme e si scontrano pressati da guerre, disoccupazione, emigrazione. Che accade quando i nuovi venuti vogliono insediarsi in un paese straniero e far parte di una società che pensa di avere solide radici culturali? Quali incomprensioni e scoperte sorgono da questo confronto? Come si vive in un paese in guerra in cui i soldati si vedono solo quando tornano di lontano in una bara?
Un ragazzo approda dall’America Latina nel febbrile carnevale delle civili contrade d’Europa. È alla ricerca di suo padre scomparso. È poco più di un bambino e ignora ciò che tutti sanno: che la vita è una malattia cronica da cui il nostro pianeta con la sua storia non riesce a liberarsi. Tutti sanno che esistono mille porte che conducono alla libertà, e tutti alimentano questo loro sapere mangiando senza fame e bevendo senza sete. Tutti sanno che provengono da un grande passato, e da questa grandezza ognuno si ritaglia il suo brandello d’onore e d’identità.
Rispondono alle domande del giovane straniero insegnandogli a sfuggire al peggiore dei vizi – la Speranza. “Smettila di cercare tuo padre”, gli sussurrano mentre lo accompagnano da una porta all’altra.
Non è l’innocenza né la conoscenza a salvare il giovane. Scoprirà da solo la sua porta, tra lo sconcerto di noi tutti che non crediamo all’incredibile: che una vittima valga, da sola, più di ogni valore. Più di Dio.
L’opera è dedicata alle scrittrici russe Anna Politkovskaya e Natalia Estemirova,  impegnate per i diritti umani e uccise a causa delle loro posizioni nell’ambito del conflitto ceceno.

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