“Vijay – Il mio amico indiano”, doppia vita con amore implausibile

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Vijay – Il mio amico indiano (Vijay and I, Belgio/Lussemburgo/Germania, 2013) di Sam Garbarski, con Moritz Bleibtreu, Patricia Arquette, Danny Pudi, Michael Imperioli, Catherine Missal, Jeannie Berlin, Hanna Schygulla

Sceneggiatura di Philippe Blasband, Matthew Robbins, Sam Garbarski

Commedia, 1h 36′, Officine Ubu, in uscita il 13 febbraio 2014

Voto: 4 su 10

Che è successo a Sam Garbarski? Il regista di Irina Palm sembra aver perso smalto e stile, e ne è prova questa commediola anodina e del tutto improbabile, già presentata con scarso seguito all’ultimo Festival di Locarno. Il guaio non sta tanto nel potenziale mal sfruttato del soggetto di base, ma soprattutto negli assurdi sviluppi narrativi.

27854250_vijay-il-mio-amico-indiano-il-nuovo-film-del-regista-di-irina-palm-con-patricia-arquette-1Il protagonista Will Wilder (Bleibtreu) è un attore frustrato, costretto a soffocare il suo talento nell’ingombrante costume verde di un coniglio, star di uno show televisivo per bambini; come se non bastasse, sembra che moglie (Arquette), figlia e colleghi abbiano dimenticato il suo quarantesimo compleanno. In un raptus di collera, Will fugge e non torna più: a causa di un incidente, tutti l’hanno dato per morto. Quale miglior occasione per recarsi al proprio funerale e vedere di nascosto l’effetto che fa? Travestito da indiano sikh, con tanto di abbronzatura tarocca, barba e turbante, Will diventa il colto e affascinante banchiere Vijay, uomo nuovo che farà capitolare ai suoi piedi la fresca e inconsolabile vedova.

Il mito della seconda possibilità, di una nuova vita da ricominciare azzerando completamente quella precedente, è stato proposto dalla letteratura e dal cinema senza alcuna parsimonia, ma probabilmente mai con tanta incurante implausibilità. Anche l’assunto più paradossale deve quanto più possibile sforzarsi di mantenere una sua credibilità interna, al contrario la narrazione fallisce miseramente. Ed è quanto accade al film del regista belga: soprassedendo pure alla terribile sequenza del funerale, in cui osserviamo atterriti la mostruosità di Will che causa deliberatamente un dolore immane alla sua famiglia per il solo gusto di conoscere le parole che si spenderanno per lui in memoriam, ben altra sospensione dell’incredulità occorrerebbe per accettare una moglie che va ripetutamente a letto con l’amante indiano senza capire che, in realtà, trattasi proprio di suo marito.

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Malinconici tentativi da screwball comedy dei bei tempi passati (con Billy Wilder omaggiato non solo nel nome del protagonista ma anche nella sua identità di tedesco naturalizzato americano), con un chiaro riferimento anche alla formula del teenage movie di John Hughes (Sixteen candles), non si traducono mai in qualcosa di diverso da un pallido e imbarazzante wannabe (anche la confezione è assai slavata), che si stiracchia noiosamente, dimenticando di dover far ridere, e sacrifica la bravura di due attori inusuali come Moritz Bleibtreu e Patricia Arquette.

Giuseppe D’Errico

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