Venezia75 – Concorso: “The Sisters Brothers”, un film di Jacques Audiard, la recensione

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The Sisters Brothers (id, Francia/Belgio/Romania/Spagna, 2018) di Jacques Audiard con Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Rutger Hauer, Carol Kane, Allison Tolman, Rebecca Root

Sceneggiatura di Jacques Audiard, Thomas Bidegain dal romanzo “The Sisters Brothers” di Patrick deWitt

Western, 2h

Voto: 7 su 10

Western con volti americani e sguardo autoriale europeo, The Sisters Brothers è il tuffo del francese Jacques Audiard, il regista dei tormentati Il profeta e Un sapore di ruggine e ossa, nonché Palma d’Oro a Cannes 2015 per Dheepan, in uno dei generi più classici e codificati della cinematografia d’oltreoceano. Da sempre specializzato in storie ad alto tasso drammatico e dai risvolti sociali, stavolta Audiard cambia registro e, con l’aiuto del suo storico sceneggiatore Thomas Bidegain, adatta in maniera puntuale il romanzo omonimo dello scrittore canadese Patrick deWitt.

Il film segue le vicende dei fratelli Sisters, due assassini di professione che vengono incaricati dal Commodoro dell’Oregon (Rutger Hauer in una breve apparizione) di catturare ed eliminare un uomo (Ahmed) in possesso di una formula chimica che faciliterebbe la ricerca dell’oro nelle correnti d’acqua. Ad interpretare Charlie ed Eli Sisters troviamo due attori di rango come Joaquin Phoenix e John C. Reilly: il primo è il fratello più piccolo e scapestrato, amante delle bevute e delle donne, nato per uccidere; il secondo è il maggiore, più pragmatico ma non meno esperto con la pistola, con qualche acciacco e il sogno di una vita normale. Insieme cavalcheranno fino alla California, ma sul loro cammino si intromette un cercatore d’oro (Jake Gyllenhaal) che ha già stretto alleanza con il fuggiasco obiettivo della missione.

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Pur obbedendo ai consolidati canoni narrativi del genere (il viaggio, l’uomo da uccidere, la rispettabilità e l’onore dell’assassino) e rispettando un sicuro ricorso ai suoi stereotipi più irrinunciabili, The Sisters Brothers riesce a evitare la polverosità di luoghi e situazioni grazie a un dialogo brillante e a un inedito scavo psicologico sui personaggi. L’utilizzo a volte eccessivo di una chiave di lettura ironica della vicenda sottrae l’epica al racconto, ma permette di dare vita ad alcuni gustosi siparietti, su tutti la scoperta dell’igiene dentale da parte di Reilly.

Al di là della cura ineccepibile della confezione (costumi di Milena Canonero, musiche di Alexandre Desplat, fotografia satura di Benoît Debie), ciò che convince maggiormente del film è il ritratto umano di questi antieroi di frontiera, debitore di un classico come Missouri di Arthur Penn. Oltre all’aver costruito con grande delicatezza il rapporto fraterno indivisibile tra i due fratelli condannati a un impossibile riscatto, colpisce la finezza con cui viene portata avanti la relazione tra il disilluso John Morris di un sempre misuratissimo Jake Gyllenhaal e il braccato Hermann Kermit Warm, che ha il volto di un magnifico Riz Ahmed: non sarebbe azzardato intravedere, nel loro gioco di sguardi reiterati e nella ricercatezza dei loro modi formali, un’intesa tale da sfociare in un irrealizzabile innamoramento. Per Gyllenhaal non sarebbe la prima volta, ma all’epoca era tra i monti selvaggi del Wyoming.

Giuseppe D’Errico

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