Venezia75 – Concorso: “Suspiria”, un film di Luca Guadagnino, la recensione

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Suspiria (id, Italia/Usa, 2018) di Luca Guadagnino con Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Chloë Grace Moretz, Jessica Harper, Sylvie Testud, Ingrid Caven, Angela Winkler, Fabrizia Sacchi

Sceneggiatura di David Kajganich

Horror, 2h 32′, Videa

Voto: 7 su 10

“Tremate, tremate, le streghe son tornate!” era uno degli slogan più gettonati durante le manifestazioni del movimento femminista degli anni Settanta. Sarà un caso o meno, ma il nuovo Suspiria diretto da Luca Guadagnino è ambientato proprio nel 1977, anno di uscita dell’originale cult di Dario Argento con Jessica Harper (qui in un delicato cameo) e momento cardine per la rivoluzione delle donne, che si apprestavano a festeggiare la legge sull’aborto. Su maternità mancate e prole indesiderate riflette anche questo remake d’autore con musiche di Thom Yorke dei Radiohead, che il regista ama definire un omaggio all’incredibile, potente emozione che provò quando vide per la prima volta la locandina del film a 11 anni e poi il film stesso a 14, restandone profondamente segnato.

La storia è quella nota dell’americana Susie Bannion, interpretata da una fulgida Dakota Johnson dal volto più che mai lunare, che arriva nella Berlino sconvolta dal terrorismo politico per frequentare una prestigiosa scuola di danza diretta dalla carismatica Madame Blanc, che ha volto e movenze dell’imperscrutabile Tilda Swinton; ignora, però, che le tenutarie dell’accademia sono delle streghe, in ansia per un conflitto interno alla congrega che potrebbe portare a conseguenze irreparabili per il risveglio di uno spirito maligno insito tra quelle mura…

Guadagnino dice: “L’arte umana non si basa sull’invenzione dell’originalità, ma sul trovare un nuovo punto di vista”, e fa pronunciare a una delle sue streghe più brutte, in un momento di putrescenza fisica totale, la battuta topica: “Questa non è arte!”. Voglia di condiscendenza o serena ammissione dei propri limiti? Difficile scoprirlo, ma all’atto pratico il suo Suspiria è un’operazione sensata, non calco impersonale e fondamentalmente inutile dell’originale ma rimeditazione di un mito adolescenziale che rivive alla luce di una cultura artistica e cinematografica di cui non teme di fare sfoggio, dalle solennità architettoniche al rosso kubrickiano, fino alle rivelazioni muliebri dei melodrammi di Fassbinder (tra le fattucchiere troviamo non a caso Angela Winkler e Ingrid Caven) e al citazionismo tersicoreo di Pina Bausch e Sasha Waltz.

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Prima che un horror, il film è una celebrazione del potere materno, del terrore e della crudeltà che da esso deriva, all’interno di una vicenda gravida di sangue e pulsioni primordiali che trovano metafora nel demone della danza. Regia e sceneggiatura (di David Kajganich, già responsabile del precedente A bigger splash) non riescono a mantenere una detection serrata, dimenticando quasi la protagonista nella sua possessione coreografica e demandando ogni dubbio sulla reale bontà del luogo al personaggio di Sara, allieva della compagnia e amica di Susie, interpretata da Mia Goth. Allo stesso tempo, antefatti e conclusioni riescono a trovare una loro coerenza narrativa, a dispetto della durata spropositata e di certo non necessaria.

Esangue e raggelato, estatico e opprimente, Suspiria di Guadagnino tiene desti a suon di occhiatacce e bisbiglii, scovando la suspense tra le sfumature di un’atmosfera via via sempre più stressante e sacrificale. Il delirio sabbatico finale potrà lasciare perplessi, ma il film resta una dimostrazione di audacia da parte di un regista che rifugge dalle consolidate convenzioni del cinema italiano: in un percorso filmico assolutamente coerente, l’autore di Chiamami col tuo nome raggiunge col suo sogno di ragazzino una nuova tappa verso la maturità, al netto di una propensione narcisistica verso l’inquadratura ricercata che deve ancora trovare la sua giusta dimensione. Per sua fortuna, ci pensa la camaleontica Tilda a distogliere l’attenzione da cattivo gusto e lungaggini: non solo è l’alienata Madame Blanc, ma anche l’anziano psicanalista tedesco che indaga sulle malefatte delle streghe, interpretato sotto lo pseudonimo di Lutz Ebersdorf.

Giuseppe D’Errico

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