Venezia75 – Concorso: “ROMA”, un film di Alfonso Cuarón, la recensione

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ROMA (id, Messico, 2018) di Alfonso Cuarón con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio, Veronica Garcia, Marco Graf, Daniela Demesa, Carlos Peralta, Diego Cortina Autrey

Sceneggiatura di Alfonso Cuarón

Drammatico, 2h 15′, Netflix

Voto: 8 su 10

Era dal 2001, anno del piccolo cult Y tu mamá también, che Alfonso Cuarón non tornava a dirigere un film nella sua terra. L’occasione è per ROMA, un racconto di memorie autobiografiche virato in bianco e nero, con cui il regista di Gravity omaggia le donne della sua infanzia all’interno di un’esplorazione della gerarchia sociale del Messico, paese in cui classe ed etnia sono stati sempre intrecciati in modo perverso. È proprio quest’ultimo aspetto il tratto distintivo di un’opera dal grande rigore formale, che affronta la simbiosi inestricabile tra mondi che, pur nell’evidente distanza, finiscono per sovrapporsi in maniera emblematica.

Protagonista pressoché assoluta della pellicola è Cleo, interpretata dall’esordiente non professionista Yalitza Aparicio, una tata a servizio di un’agiata famiglia borghese nel quartiere Colonia Roma a Città del Messico. È il 1970, al cinema si proiettano i film di Louis de Funès e Abbandonati nello spazio (che Cuarón non tarda a citare in un chiaro gioco cinefilo col suo lavoro precedente) e per le strade si respira il fermento che porterà al terribile El Halconazo del Corpus Domini, quando i paramilitari appoggiati dal governo massacrano 120 studenti disarmati per strada. Anche in casa le tensioni non mancano: marito e moglie sono in crisi e l’unica presenza sicura a dispensare amore per i quattro figli della coppia è Cleo, che passa le sue giornate a rassettare, lavare e cucinare per i suoi padroni. Capita poi che resti incinta di un povero imbecille e che la gravidanza non vada proprio come previsto.

Il significato è chiaro: nonostante la tata sia coccolata e ben voluta, resterà sempre una subalterna il cui compito è accudire i figli degli altri e assicurare il benessere dei propri principali. Lo capiamo incontestabilmente nella meravigliosa sequenza in spiaggia, un lungo e tesissimo pianosequenza in cui Cleo, che non sa nuotare, salva dalle onde i due bambini che si erano avventurati al largo. Ma lo sguardo di Cuarón lungi dall’essere di commiserazione: il suo è un ritratto femminile autentico e sincero, che innalza la dedizione della protagonista a vertici di straordinaria dignità.

L’intero assetto narrativo, pur gravato da qualche prolissità, è sostenuto da una composizione visiva che non si crogiola nel suo effetto (neo)realista: la limpidezza del chiaroscuro fa il paio con la dicotomia della materia raccontata, in una confezione artistica di assoluta raffinatezza. Produce il colosso del video on demand Netflix, ma sarebbe un peccato non godere della splendida fotografia (dello stesso Cuarón, che cura anche il montaggio) nell’ampiezza dello schermo cinematografico. Eppure, chi avrebbe mai finanziato un film di oltre due ore, in bianco e nero e senza l’ombra di star?

Giuseppe D’Errico

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