Venezia75 – Concorso: “Opera senza autore”, un film di Florian Henckel von Donnersmarck, la recensione

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Opera senza autore (Werk ohne Autor, Germania, 2018) di Florian Henckel von Donnersmarck con Tom Schilling, Paula Beer, Sebastian Koch, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci

Sceneggiatura di Florian Henckel von Donnersmarck

Drammatico, 3h 08′, 01 Distribution, in uscita a ottobre 2018

Voto: 6 su 10

La Germania è ancora alla scoperta di una propria memoria storica su quanto avvenuto durante e dopo la seconda guerra mondiale. Il senso di colpa insopprimibile e il bisogno quasi catartico di trovare tracce di resistenza alle barbarie perpetrate col nazismo, trasfigurano nell’arte cinematografica in un film che sfonda le tre ore di durata e che vorrebbe (far) riflettere sul trauma mai risanato di un’intera nazione. Per Opera senza autore ritorna alla regia Florian Henckel von Donnersmarck, autore dell’acclamato Le vite degli altri, Premio Oscar come miglior film straniero nel 2006, a otto anni dal tonfo internazionale (e lagunare, vista la location) di The Tourist. Il banco di prova è un romanzone sentimentale, ispirato a eventi reali, sul significato intimo dell’arte e sulla ricerca d’identità.

Attraversando tre epoche differenti della storia tedesca – dall’ascesa di Hitler al potere al socialismo, fino alla giovane Repubblica Federale – il film segue le alterne fortune del pittore Kurt Barnert (Tom Schilling), che sin dalla più tenera età dimostra interesse per il disegno, specie del corpo nudo femminile. Segnato dalla reclusione della giovane zia (Saskia Rosendahl) in una clinica per malati mentali e dai bombardamenti berlinesi, Kurt cresce col mito della creazione artistica e, durante i suoi studi accademici, incontra la bella Ellie (Paula Beer), innamorandosene perdutamente. Ciò che ignora è che le loro vite erano già legate da un atroce crimine commesso dal padre della ragazza, l’impenetrabile professor Seeband (Sebastian Koch), che guarda mal volentieri alla relazione tra la figlia e lo studente squattrinato, al punto da temere per la purezza etnica della futura progenie…

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Il regista, che per il film si ispira alla figura del pittore tedesco Gerhard Richter, parte dall’assunto che ogni grande opera d’arte è la testimonianza di una trasformazione quasi mistica di una ferita in una forza positiva, che esiste per dare consolazione. Come disse Elia Kazan su Marlon Brando, “il talento dei geni è la crosta sulle ferite ricevute nella loro infanzia”; allo stesso modo von Donnersmarck fa suo questo intento di metamorfosi salvifica e confeziona un poderoso feuilleton in formato esportazione che possa assurgere a modello di un percorso di risanamento per un passato macchiato di sangue. L’operazione, pur nobile nelle intenzioni, non evita colpi bassi all’emotività dello spettatore e un certo cattivo gusto di forma, tra accostamenti azzardati e un’imbarazzante rappresentazione del fermento artistico dei primi anni Sessanta. D’altra parte, la narrazione elementare e le geometrie piatte dei personaggi danno modo al regista di non perdere quasi mai di vista il fulcro principale della storia, conferendo al suo film un ritmo invidiabile a dispetto del mostruoso minutaggio.

I polpettoni bisogna saperli pur fare e von Donnersmarck si conferma un’abile massaia, sebbene Le vite degli altri rimanga il proverbiale abbaglio. Ci si chiede cosa ne sarà, nella certissima prima serata televisiva Rai, degli splendidi nudi di Paula Beer, un volto che è puro cinema, e del mingherlino e, invero, un po’ scialbo Tom Schilling, pedine prescelte di un amore colpevole che può trovare rifugio solo nel mistero delle tele “senza autore” del protagonista. E in un film “senza autore” ma pieno di ottime ruffianate.

Giuseppe D’Errico

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