Venezia75 – Concorso: “Napszállta – Tramonto”, un film di László Nemes, la recensione

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Napszállta – Tramonto (Napszállta, Ungheria/Francia, 2018) di László Nemes con Juli Jakab, Vlad Ivanov

Sceneggiatura di László Nemes, Clara Royer, Matthieu Taponier

Drammatico, 2h 22′, Movies Inspired

Voto: 5½ su 10

Chiariamolo subito: la visione di Napszállta, opera seconda dell’acclamato László Nemes, il giovane regista ungherese allievo di Béla Tarr e vincitore del Premio Oscar per il folgorante Il figlio di Saul, è tra le cose più ostiche e frustranti della competizione ufficiale di Venezia75, dove era in assoluto tra i film più attesi dai cinefili. Pesantemente simbolico e caratterizzato da un’inintellegibile progressione narrativa, l’opera vuole essere una poderosa metafora dell’Europa che insorge contro l’ancien régime, nel momento di massima tensione tra nazioni in procinto di addentrarsi nell’incubo della Grande Guerra. Ma farsi spazio, assieme alla protagonista, nel magma infernale degli eventi non è impresa facile, specie se la ricerca di risposte è lasciata costantemente e impunemente inevasa.

Il tramonto di un’epoca (da cui il titolo) parte nel 1910 da Budapest, importante capitale dell’impero austroungarico: qui arriva Irisz Leiter (una perennemente attonita Juli Jakab), nella speranza di fare chiarezza sulle proprie origini e di rimediare un incarico come modista nella celebre cappelleria Leiter, un tempo appartenuta ai suoi genitori, morti in un incendio quando lei aveva due anni. L’accoglienza dei nuovi proprietari nei suoi confronti, però, è sin da subito gelida e scostante, come se alla ragazza venisse associata una non meglio precisata nefandezza. Irisz, però, non demorde dai suoi intenti e scopre, da un uomo che vuole aggredirla, di avere un fratello di cui era all’oscuro, un pericoloso leader antimonarchico che inneggia alla rivolta contro la classe nobiliare. Da questo momento in poi, la storia diventa un peregrinare continuo e spesso immovitato di Irisz attraverso varie declinazioni della violenza, che troverà un tragico sfogo in una sequenza finale emblematica.

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Irisz è l’Europa, la cappelleria è il simulacro di ogni aberrazione aristocratica (esiste un accessorio più associabile alla nobiltà del cappellino per signore?). Simbologie enormi e non prive di senso logico, e lo stesso intento di (per)seguire la protagonista nella sua lotta per l’autodeterminazione ha dei riflessi innegabili nel complesso storico che la circonda. Se mai, il problema di Napszállta è nella scelta di un’idea di sceneggiatura che rifugge dall’accezione stretta del termine: in due ore e venti francamente sfiancanti, assistiamo a un’indagine privata in cui si brancola letteralmente nel buio, tra lapilli incendiari, viscidume assortito e un’incessante minaccia di morte. La povera Juli Jakab non fa altro che rivolgere domande a destra e a manca, ma le uniche risposte che le arrivano sono altre domande: procede così il film, alla ricerca di un punto fermo al quale aggrapparsi che non arriverà mai, per poi proseguire con un nuovo enigma, in un’asfissiante (e asfittica) sciarada che non prevede alcuna certezza, se non che l’unica chiave di volta per l’Europa è la guerra.

Dal punto di vista registico, László Nemes ripete lo stile sfoggiato nel suo esordio senza una particolare evoluzione. Per la gran parte del tempo, la camera è impegnata in un pedinamento alla nuca dell’incauta protagonista, lasciando uno sfondo sfocato a circondarla. L’esperienza immersiva dello spettatore nell’orrore dei tumulti insurrezionisti è assicurata, sfugge però il senso di una tecnica che mal si sposa con la volontà narrativa: se nel Figlio di Saul era necessario “nascondere” all’occhio del padre (e del pubblico) le macerie dello sterminio ebraico, nella detection pur sui generis di Napszállta la continua omissione di particolari visivi legati agli ambiente con cui Irisz entra di volta in volta in contatto provoca una generale sensazione di scontento e fastidio, che si aggiunge alla reiterata assenza di risposte in campo. Il regista dimostra un controllo impressionante dell’inquadratura e della caotica messa in scena, ma al tempo stesso nega ogni dialogo con lo spettatore. L’impressione è quella di un film forse magnifico, forse terribile, sicuramente destabilizzante.

Giuseppe D’Errico

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