Venezia75 – Concorso: “22 July”, un film di Paul Greengrass, la recensione

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22 July (id, Norvegia/Islanda/GB/Usa, 2018) di Paul Greengrass con Anders Danielsen Lie, Jonas Strand Gravli, Jon Øigarden, Isak Bakli Aglen, Seda Witt, Maria Bock, Thorbjørn Harr

Sceneggiatura di Paul Greengrass, dal romanzo “One of Us” di Åsne Seierstad

Drammatico, 2h 23′, Netflix

Voto: 6 su 10

Il 22 luglio del 2011, a Oslo, un furgone veniva fatto esplodere in pieno centro, davanti al palazzo che ospita il primo ministro norvegese, provocando 8 morti e 209 feriti. Neppure due ore dopo, mentre forze dell’ordine e intelligence cercavano di capire cosa fosse accaduto e le informazioni si rincorrevano, sull’isolotto di Utoya, a circa 40 chilometri dalla capitale sotto attacco, un uomo con la divisa da poliziotto sparava su un gruppo di giovani partecipanti a un campo estivo organizzato dal partito laburista, mietendo 69 vittime tra i 14 e i 20 anni e 110 feriti. Il killer era un estremista di ultradestra, Anders Behring Breivik, autore della strage più cruenta mai avvenuta in Norvegia dai tempi della seconda guerra mondiale.

L’orrore rivive in 22 July, il film che il regista britannico Paul Greengrass ha tratto dal libro “One of Us” della giornalista Åsne Seierstad. Da sempre in prima linea col suo cinema per raccontare avvenimenti reali in chiave fortemente polemica e dalla chiara valenza politica, con lavori divenuti ormai dei classici dell’impegno civile come Bloody Sunday e United 93, Greengrass concentra la cronaca del massacro, dalla preparazione dell’esplosivo fino all’arresto di Breivik, in uno spazio iniziale di poco superiore alla mezz’ora. È certamente questa la parte migliore di un film che, subito dopo, prosegue la sua narrazione in modo piuttosto prolisso, attraverso il punto di vista di un ragazzo sopravvissuto all’eccidio e impegnato in un faticoso processo di riabilitazione, non solo fisica ma anche sociale.

Affrontando la vicenda con grande rispetto ed evitando ogni autocompiaciuta spettacolarizzazione nella fase più sanguinosa della tragedia, il regista assicura al film quelle caratteristiche di misura e pudore assolutamente indispensabili a giustificare e a rendere necessaria un’operazione di questo tipo. L’eccesso di controllo, però, fa sì che dimentichi anche qualsiasi colpo di frusta autoriale, congelando il racconto in un pallido resoconto di quanto accaduto fino alle battute cruciali del processo, con un focus collaterale sulle difficoltà dell’avvocato difensore del “mostro” ad assumere l’incarico senza ripercussioni sul suo privato.

All’attivo restano una partenza tesa e vibrante in puro stile Greengrass e la linearità – per non dire piattezza – drammaturgica che certamente favorirà la distibuzione casalinga (produce Netflix). Resta l’amaro in bocca per la mancata zampata di uno specialista del action-reportage e per la recitazione inglese di attori indigeni nei luoghi originali della storia, una contraddizione che mette a dura prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore. Non passa inosservata, in ogni caso, la paura verso un’azione terroristica perpetrata ai danni della cosiddetta “società civilizzata”, non da un folle ma da una mente lucida, dall’ideologia precisa e ribadita fin dopo la condanna ultima: stop alle immigrazioni e al multiculturalismo. L’attuale governo italiano è chiamato a riflettere.

Giuseppe D’Errico

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