Venezia74 – Concorso: “First Reformed”, un film di Paul Schrader, la recensione

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First Reformed (id, Usa, 2017) di Paul Schrader con Ethan Hawke, Amanda Seyfried, Cedric Kyles, Victoria Hill, Philip Ettinger

Sceneggiatura di Paul Schrader

Drammatico, 1h 48′

Voto: 7½ su 10

Nel 2013, mentre Paul Schrader tornava a casa, dopo essere stato a cena con Paweł Pawlikowski, il regista di Ida, pensò che fosse arrivato anche per lui il momento di fare i conti con un argomento religioso. Fin dalla giovinezza, lo sceneggiatore di Taxi Driver aveva sempre apprezzato e scritto film a tematica spirituale, ma solo ora il tempo è sembrato maturo per tradurre i propri pensieri, cupissimi, sul grande schermo. First Reformed non è un’opera religiosa in senso stretto, quanto una disamina sul male del mondo, che ramifica fino a coinvolgere ogni dimensione della vita dell’uomo.

first-reformed-movie-reviewEthan Hawke è il reverendo della First Reformed, una piccola chiesa dal valore storico importante ma poco frequentata dai fedeli. Ex cappellano militare, il pastore è devastato dalla perdita del figlio adolescente, che lui stesso aveva incoraggiato ad arruolarsi nelle forze armate, e dalla conseguente fine del suo matrimonio. Travagliato da un forte dissidio spirituale, la sua fede viene ulteriormente messa alla prova quando il marito della giovane Mary (Seyfried), un ambientalista radicale fortemente depresso, si suicida. Suggestionato dall’evento e logorato dal pensiero di una imminente catastrofe ecologica ad opera di grandi e spietate corporation, complici della Chiesa in loschi traffici, l’uomo decide di intraprendere un gesto molto rischioso, sperando di ritrovare la fede e di rendere giustizia a tutte quelle persone che hanno pagato con la vita i propri ideali per un futuro migliore.

Così come Scorsese nell’immane riflessione del magnifico Silence, anche Schrader si interroga sul mutismo di Dio verso i mali che avvelenano il suo creato. Memore di Bergman e Bresson, il regista si concentra sul suo protagonista, condannandolo in una spirale sempre più asfissiante di dolorosa sopportazione delle pene: più crescono i suoi dubbi, più si fa evidente il cancro che lo sta divorando dall’interno. Ma i debiti verso il cinema dei grandi maestri europei è evidente anche nell’adozione di tempi dilatati, di uno stile geometrico e controllato, in totale controtendenza alla proverbiale libertà espressiva che ha sempre caratterizzato la filmografia di Schrader. Solo nel finale, con l’eclatante sequenza della levitazione sui disatri ambientali che deturpano il pianeta, il punto di vista del regista diventa chiaro, come se neppure il vorticoso abbandono dei sensi a un bacio potesse porre rimedio ai peccati contro la natura. Questa volta, l’amore non salverà il mondo.

Giuseppe D’Errico

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