Venezia70: “Via Castellana Bandiera”, Emma Dante e la metafora di un paese in panne

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Via Castellana Bandiera (Italia, 2013) di Emma Dante, con Emma Dante, Elena Cotta, Alba Rohrwacher, Renato Malfatti, Dario Casarolo, Carmine Maringola, Sandro Maria Campagna, Elisa Parrinello

Sceneggiatura di Emma Dante, Giorgio Vasta, Licia Eminenti, dal romanzo omonimo di Emma Dante (ed. Rizzoli)

Drammatico, 1h 30’, Istituto Luce

70.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. In Concorso

Voto: 7½ su 10

L’esordio dietro la macchina da presa di una delle personalità più intense del teatro italiano contemporaneo era molto atteso, tanto da meritare il concorso al Leone d’Oro. Emma Dante, con la trasposizione del suo romanzo omonimo, Via Castellana Bandiera, ha contraccambiato con un film appassionato e profondamente attuale, tradizionale nell’impianto e nell’estetica ma forte di una vitalità, di una tigna che di rado si incontra nel nuovo cinema italiano.

via_castellana_bandieraIn una domenica pomeriggio palermitana, due automobili restano bloccate l’una di fronte all’altra in un vicolo pieno di sguardi. Alla guida della prima c’è Rosa (Dante), giunta in città con la compagna Clara (Rohrwacher) per il matrimonio di un amico; nella seconda invece c’è Samira (Cotta), donna severa e testarda, con tutta la famiglia Calafiore al seguito. Nessuna arretra per permettere all’altra di passare, chiuse in una cocciutaggine reciproca che non conosce cedimenti…

Chiara metafora di un paese in panne, che trova nella via del titolo un ideale luogo di scontro, modulata sulle sabbie di un western uterino, con gli sguardi smaniosi della stessa Dante e di una coriacea Elena Cotta (magnifica) a sostituire le rivoltelle da duello, simboli di una necessaria irremovibilità quando tutt’intorno è interesse e lucro. Tanto complessa e combattuta la prima, quanto mitica, implacabile e caparbia la seconda, con tutto un universo maschile di contorno condannato a fallire miseramente nelle ansie del calcolo.

La regista, smarcandosi con disinvoltura dalle rigidità teatrali, porta a compimento una stimolante riflessione sui nostri tempi, condannati a “manovre” impossibili, che prende vita soprattutto per merito di un catalogo umano sfaccettato (reso mirabilmente da tutti gli interpreti) e di uno scenario quotidiano che aiuta il naturale confluire della commedia nella tragedia.

Giuseppe D’Errico

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