“Under the Skin”, l’aliena Scarlett in un film di grande stile e poco altro

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Under the Skin (id, GB/ Usa, 2013) di Jonathan Glazer con Scarlett Johansson, Paul Brannigan, Jeremy McWilliams, Lynsey Taylor MacKey, Dougie McConnell, Jessica Mance

Sceneggiatura di Jonathan Glazer e Walter Campbell, dal romanzo “Sotto la pelle” di Michael Faber (ed. Einaudi)

Fantascienza, 1h 47′, BiM Distribuzione, in uscita il 25 agosto 2014

Voto: 6 su 10

Difficile immaginare, per chi non fosse stato presente, l’accoglienza riservata al film Under the Skin alla passata edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove concorreva nella competizione principale. Regista e interprete sono stati subissati di fischi come raramente accaduto al Festival, con la povera Johansson colta da pianto alla fuga dalla Sala Grande. Sull’opportunità o meno dei fischi in un concorso d’arte si potrebbe discutere a lungo, fatto sta che l’opera di Jonathan Glazer, assente dal lido dal 2004, anno dell’altrettanto infausto Birth – Io sono Sean, era uno dei pochi esemplari realmente “da festival” al netto di una concorrenza assai povera.

UNDER_THE_SKIN_it_GAnche su queste pagine stroncammo il film, con termini poco gentili. Fortunatamente il tempo lenisce le ferite e permette di rimeditare un film oltremodo criptico, che il pesante clima festivaliero ha contribuito a rendere detestabile. Non esente da colpe più che evidenti, ma anche capace di presentare una ricerca estetica e sonora di rara atmosfera, Under the Skin ha scandalizzato per la sua mancata rincorsa agli elementi che codificano il genere fantascientifico, in luogo di una messa in scena algida e cadenzata.

Tratto dall’omonimo romanzo dell’olandese Michael Faber, il film si prende parecchie licenze rispetto al referente letterario, spogliandolo dell’ironia e di ogni base informativa sulla vicenda. Resta il girovagare on the road nella periferia scozzese di un’aliena, con le sembianze di una donna (Johansson) trovata morta in strada, che, a bordo di un furgone, seduce e uccide una serie di uomini immergendoli in un vischioso liquido amniotico da cui verranno lentamente svuotati. Proverà compassione per un giovane deforme, scoprirà il sesso con un solitario dei boschi, fino a restare vittima della violenza del mondo prima di riunirsi alla sua specie.

Rarefatto e cupissimo, il film si fonda sull’idea di indagare la natura dell’uomo e la sua capacità di rapportarsi col mondo circostante, adottando un punto di vista completamente esterno e, mai come in questo caso, altro rispetto a sé stesso. Il concetto di estraneità della protagonista rispetto all’ambiente che la ospita viene affidato a un’impostazione estetica memorabile, così come le musiche prive di armonizzazioni ne accentuano il senso di disagio. A una messa in scena potente, però, non fa seguito una struttura drammaturgica in grado di sostenerla e valorizzarla: momenti di grande suggestione, affidati allo straordinario stile video-artistico di Glazer, si inanellano con grande difficoltà a una narrazione nebulosa e insistentemente pretestuosa. Come per il personaggio principale, basta poco al film per smarrirsi tra le voragini logiche di una sceneggiatura estremamente farraginosa, che svilisce anche la felice intuizione della natura ambigua e crudele dell’umanità. Sotto la pelle estetizzante solo tanta secchezza di contenuti. Ma lode alla morbida Scarlett: la sua è una delle interpretazioni più belle, coraggiose e difficili dell’anno.

Giuseppe D’Errico

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