“Una donna fantastica”, un film di Sebastián Lelio, la recensione

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Una donna fantastica (Una mujer fantastica, Cile/Usa/Germania/Spagna, 2017) di Sebastián Lelio con Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Kuppenheim, Nicolas Saavedra, Amparo Noguera, Alejandro Goic, Antonia Zegers

Sceneggiatura di Sebastián Lelio, Gonzalo Maza

Drammatico, 1h 44′, Lucky Red, in uscita il 19 ottobre 2017

Voto: 6 su 10

Il regista cileno Sebastián Lelio sembra non poter fare a meno di raccontare il bisogno di voce della donna di oggi. La sua è un urgenza che, mai come in questi giorni di scandalo, trova un favore necessario e una spinta a non mollare mai la presa. Nel 2013 ci raccontò, pur senza convincere, le scorribande sentimentali della non più giovane Gloria, nell’omonimo film che fruttò alla sua superba protagonista Paulina Garcia l’Orso d’Oro al Festival di Berlino; ora, con Una donna fantastica, è la volta di un altro personaggio difficile da dimenticare, la cui vicenda personale dovrebbe far riflettere sullo stato dell’accettazione di un’identità che va oltre il genere nella società contemporanea.

locandinaMarina Vidal (Vega), infatti, è una persona transgender, che si trova a dover affrontare, in completa solitudine e priva di ogni supporto morale, la morte dell’uomo che ama: durante la notte, il buon Orlando (Reyes) ha un attacco di cuore e, durante i minuti concitati per raggiungere l’ospedale, cade anche malauguratamente dalle scale. L’intervento dei medici è inutile, spira di lì a poco. Da questo momento in poi, inizierà per Marina un autentico calvario per vedersi riconosciuta dalla burocrazia e dai famigliari del defunto, non solo in quanto donna, ma soprattutto come compagna sincera dell’uomo appena perso.

Una storia emblematica, fatta di infelici puntualizzazioni quotidiane e umiliazioni violente, che Lelio e il suo sceneggiatore Gonzalo Maza, però, non riescono a mantenere distante da una programmatica didascalicità. Non bastano, infatti, i documenti a ribadire di volta in volta un’identità a cui Marina non appartiene più; ci sono, poi, tutta una serie di personaggi che le gravitano attorno senza darle pace, fortemente caratterizzati secondo precisi stereotipi e sempre pronti a guardarla con disprezzo e a farla sentire inadeguata in una circosatnza di per sé drammatica come quella di un lutto così tragico: c’è l’ex moglie di Orlando, una passiva aggressiva della peggior specie dall’insopportabile ipocrisia borghese; c’è il figlio, un orribile grumo di aggressività, viscidume e repressione neanche troppo latente; c’è il fratello, quintessenza dell’ignavia, fintamente accomodante ma falso e codardo anche lui; c’è una sbirra accecata dal pregiudizio; ci sono i medici che ostentano sospetto e imbarazzo. Anche il vento le soffia letteralmente contro, in una sequenza dalla chiara valenza metaforica, e l’unico porto sicuro per Marina è il suo maestro di canto lirico, un santino di saggezza e incoraggiamento.

Insomma, il film non va molto per il sottile, non fa a meno di banali luoghi comuni (Marina in macchina che ascolta You make me feel like a natural woman) e cerca una facile via di fuga dal dolore nell’onirismo più sdoganato, come nella sequenza da musical in discoteca: se non fosse per come la splendida Daniela Vega vive sulla propria pelle il personaggio, ci sarebbe da giudicarlo con un certo biasimo. Nella fierezza di sguardo dell’attrice c’è tutta la forza della protagonista, la sua incrollabile determinazione e la sua commovente dignità. Il regista lo sa bene e non le toglie mai l’obiettivo di dosso, seguendola con indugio finanche eccessivo.

L’evidente impegno civile di cui il film è impregnato fa senz’altro onore a Lelio, ma il peso del tema non può riparare una forma cinematografica piena di crepe: ancora una volta, lodiamo le intenzioni, un po’ meno i risultati. In ogni caso, tutto ciò non ha impedito a Una donna fantastica di essere premiato per la Migliore Sceneggiatura all’ultimo Festival di Berlino.

Giuseppe D’Errico

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