“Un affare di famiglia”, un film di Hirokazu Kore-eda, la recensione

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Un affare di famiglia (Manbiki kazoku, Giappone, 2018) di Hirokazu Kore-eda con Kirin Kiki, Lily Franky, Sōsuke Ikematsu, Sakura Andō, Moemi Katayama, Jyo Kairi, Miyu Sasaki, Matsuoka Mayu

Sceneggiatura di Hirokazu Kore-eda

Drammatico, 2h 01′, BiM Distribuzione, in uscita il 13 settembre 2018

Voto: 7 su 10

A poco meno di un anno dal thriller legale The third murder, in concorso a Venezia74, il prolifico regista nipponico Hirokazu Kore-eda riprende temi e luoghi a lui più congeniali col tenero e dolente Un affare di famiglia, già Palma d’Oro come miglior film all’ultimo Festival di Cannes. Ancora una volta, l’autore di Father and SonRitratto di famiglia con tempesta, ritorna a riflettere sullo scontro tra legami affettivi e legami di sangue, percorrendo un particolarissimo lessico familiare sul senso profondo dell’appartenenza e sul bisogno insopprimibile dell’uomo di sentirsi parte di un nucleo vivo e compatto, in cui ci si ritrovi tutti insieme a condividere gioie e dolori, in una società contemporanea sempre più frammentata nelle questioni del privato.

54817Ambientato in una metropoli divoratrice e alienante come Tokyo, il film racconta del ritrovamento di una bambina di appena cinque anni da parte di un padre e del figlioletto, che di tanto in tanto compiono piccoli furti nei supermercati. La piccola è sola e spaventata, ha degli ematomi sulle braccia e sembra abbandonata a sé stessa. L’uomo (Lily Franky) la prende e la porta con sé nella sua modesta e fatiscente abitazione, che condivide con la moglie, la cognata e l’anziana madre. In questo microcosmo affiatato e disfunzionale, fatto di piccole truffe e arte dell’arrangiarsi, la bambina si sentirà finalmente accolta e amata, ma dalla televisione i veri genitori iniziano a reclamarne la restituzione…

L’amore spontaneo e “naturale”, che trascende il richiamo della discendenza, è al centro di un film che riconsegna Kore-eda a quella teoria dei sentimenti familiari con cui indagare ancora gli affetti nella crudeltà dell’epoca reale. C’è un’intensità drammatica che abbraccia, specie nella prima parte, una leggerezza malinconica e tenue, c’è tutto il senso comunitario del vivere insieme nonostante la burocrazia alla porta, ma anche qualche debolezza narrativa e un eccesso di artificiosità nelle conclusioni. Il messaggio, però, è di straordinaria umanità, perfettamente racchiuso in una pillola di saggezza del personaggio interpretato da Lily Franky: la merce nel supermercato non appartiene a nessuno finché è esposta.

Giuseppe D’Errico

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