“Tommaso”, Kim Rossi Stuart insostenibile tra donne e nevrosi

tommaso

Tommaso (Italia, 2016) di Kim Rossi Stuart con Kim Rossi Stuart, Cristiana Capotondi, Jasmine Trinca, Camilla Diana, Dagmar Lassander, Renato Scarpa, Edoardo Pesce, Serra Yilmaz, Ilaria Spada

Sceneggiatura di Kim Rossi Stuart e Federico Starnone

Commedia, 1h 38’, 01 Distribution, in uscita l’8 settembre 2016

Voto: 2 su 10

Avevamo detto solo poco tempo fa, forse con eccessiva asprezza, che un film come Questi giorni di Giuseppe Piccioni rappresenta tutto il peggio che il cinema italiano odierno avesse da offrire. Ma non avevamo ancora visto Tommaso, opera seconda da regista di Kim Rossi Stuart dopo il felice esordio con Anche libero va bene. Proprio da quest’ultimo riprende il personaggio del titolo, che allora era un ragazzino disadattato e turbato dall’assenza della figura materna nella sua vita, e che oggi si è trasformato in un nevrastenico all’ultimo stadio, di professione attore, afflitto da fisime e tragicamente ossessionato dalle donne.

e6fcfee208a6802847a5ab7219da3415Tommaso (interpretato dallo stesso Rossi Stuart) le vede ovunque e con loro immagina animaleschi amplessi che non si traducono mai in realtà. Con la moglie (Trinca) non ha alcun contatto, ci riprova con una ragazza a modino (Capotondi) ma gli effetti sono devastanti, mentre pare invaghirsi di una rozza giovinetta (Diana) che, invero, vuole solo giocare. E lui, che anela a un briciolo di calore umano, non fa altro che sbraitare nervosamente dall’analista e a isolarsi sempre di più…

Quanto di realmente autobiografico ci sia nel soggetto non è dato sapere, ma è davvero mortificante assistere a un tale sciorinamento di paturnie pseudo intellettualistiche da borghese isterico del giorno d’oggi. Al confronto, le crisi generazionali degli ex personaggi di Muccino sembrano alta psicanalisi alla Bergman. In Tommaso c’è solo un vuoto accumulo di idiosincrasie mal narrate, tutto in un vortice di ambizioni mal celate che spaziano dal citazionismo più selvaggio allo squarcio onirico che fa tanto opera colta. Il contenuto, tra l’altro, non si sposa con una forma cinematografica coerente, la confezione tecnica è a livelli di guardia, la regia insegue inutili fellinismi e la prova recitativa del cast è monocorde, con ovvia eccezione per Rossi Stuart, costantemente sopra le righe e assai sgradevole in una piatta imitazione delle paure morettiane, quando il buon Nanni non avrebbe mai approvato tanta seriosità e un’assenza così superba di leggerezza e ironia. Ecco, questo è senza dubbio un altro bruttissimo segnale dal nostro cinema.

Giuseppe D’Errico

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