“Third Person”, delusione Haggis con un melò che si incastra male

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Third Person (id, Usa, 2014) di Paul Haggis con Liam Neeson, Olivia Wilde, Mila Kunis, Adrien Brody, Moran Atias, James Franco, Kim Basinger, Maria Bello, Vinicio Marchioni, Caroline Goodall, David Harewood, Riccardo Scamarcio

Sceneggiatura di Paul Haggis

Drammatico, 2h 17′, M2 Pictures, in uscita il 2 aprile 2015

Voto: 5 su 10

Un film come Third Person di Paul Haggis dovrebbe essere sempre preso a esempio di come un eccellente sceneggiatore (premio Oscar per Million Dollar Baby di Eastwood) e regista (il pluripremiato Crash – Contatto fisico e Nella valle di Elah) possa soccombere sotto il peso di troppe ambizioni, neppure tanto limpide. Il fallimento di questo melodramma a incastri è direttamente proporzionale alle traversie produttive e distributive che il film ha patito sul mercato internazionale, traducendosi in un inevitabile fiasco.

49317Le tre storie portanti del film prendono piede in altrettante metropoli moderne: a Parigi, lo scrittore Michael (Neeson) cerca di terminare il suo ultimo romanzo nonostante le pressioni sentimentali della sua fragile amante Anna (Wilde); a Roma, un ladro di moda americano, Scott (Brody), si affeziona alla gitana Monika (Atias) al punto da darle tutti i suoi soldi per permetterle di riscattare la figlia dalla malavita; a New York, l’ex attrice di soap opera Julia (Kunis), ora inserviente in un albergo di lusso, tenta disperatamente di riottenere la custodia del figlioletto, affidato al padre pittore (Franco) dopo un non meglio precisato incidente domestico.

Funziona poco o nulla nell’intelaiatura narrativa di Third Person, un film pesantemente afflitto da un forte simbolismo che tradisce subito le velleità moraleggianti della scrittura (l’anello comune è l’amore come espressione di fiducia) ma che, soprattutto, scopre facilmente le carte del puzzle tra personaggi fino a franare in un finale di estrema ridondanza. Inoltre, stupisce che una penna come quella di Haggis abbia potuto partorire dialoghi tanto asfittici e intellettualistici, con l’episodio italiano che svetta per risibilità. A farne le spese, oltre al cast in evidente disagio, è anche la confezione, in cui si riconoscono la fotografia di Gianfilippo Corticelli (abile nel mascherare un set quasi interamente allestito a Cinecittà) e le musiche eleganti ma banalizzate di Dario Marianelli. Lo stesso regista ha ammesso le difficoltà nel portare a termine il progetto in fase sceneggiativa, segno che, quando un incastro è forzato, l’intero assetto ne risente.

Giuseppe D’Errico

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