The Velvet Underground and Nico – Prima Parte

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Alle volte una foto dice più di mille parole. Nella primavera del 1966 Gerard Malanga, uno dei principali performer negli esperimenti audiovisivi di Andy Warhol, ne scattò una molto significativa all’Hollywood Castle, suggestiva magione squisitamente british a poca distanza dall’ Hollywood della celluloide: sei individui statici e longilinei – uno seduto e gli altri in piedi – con una muta mancanza di espressione, tanto che sembrano dire “Oh my, ma che ci facciamo qui?!”, nascosti in completi neri e occhialoni, giusti per conferire all’immagine una contenuta aggressività. Sulla sinistra, compare defilata una ragazza tutta in bianco, lunghi capelli biondi, un senso di disagio per nulla celato in volto.

Semplicemente: i Velvet Underground col loro mentore, Andy Warhol, e Nico la superstar, termine che piaceva molto allo stesso guru. Si erano spostati a Los Angeles abbandonando – temporaneamente, s’intende – la loro New York per esportare il “Plastic Inevitable Show”, coreografia multimediale ideata da Warhol in cui i Velvet rivestivano il ruolo di colonna sonora. Una città che però non faceva per loro, che non poteva capirli abbastanza. Non poteva sopportare, ad esempio, un Lou Reed capace di scrivere testi permeati di una poetica cruda e iperrealista, dove a farla da padrona era la zona d’ombra, quella dei Junkies, della sfrenatezza amfetaminica, di una tensione tutta newyorkese completamente immune all’universo hippie, solare e dilatato, che si respirava nella Città degli Angeli.

Cosa avrebbero detto tutti i figli delle good vibrations  nel vedere dei tizi (ri)vestiti di pelle nera suonare dando le spalle al pubblico ed alzando gli amplificatori a livelli tali da favorire compiaciuti il fuggi fuggi generale degli ascoltatori? Due mondi opposti dunque. E nel mezzo lui, Andrew Warhola da Pittsburgh. Il pittore ‘pop’, quello delle serigrafie di Marilyn Monroe e di Elvis, dei barattoli di minestra Campbell e delle bottigliette di Coca Cola.
Warhola si era trasformato in Warhol celando le sue origini slave e nel 1962 aveva dato vita nella Grande Mela ad uno spericolato laboratorio artistico chiamato Factory. Il requisito di entrata nella ‘scuola’ potrebbe riassumersi in concetti quali egocentrismo, megalomania, sentirsi artisti e comportarsi come tali, ventiquattro ore al giorno. Superstar, appunto, nella vita ancor prima che sul palcoscenico.
Col passare degli anni alla corte di Warhol si era radunato un foltissimo gruppo di freaks newyorkesi che si professavano attori, cantanti, registi, poeti e quant’altro: un importante materiale umano sul quale il volitivo pittore poteva dar forma ai propri sogni di artista totale. E i Velvet Underground ne divennero la musica portante: un suono sgradevole, eccessivo, distorto e rumoroso.

A tutto questo si aggiunse Nico: Christa Paffgen, ragazza tedesca arrivata a N.Y. con un figlio avuto da Alain Delon e con diverse esperienze nella moda e nel cinema (la si ricorda tra gli altri ne ‘La dolce vita’ felliniana, dove Marcello Mastroianni la chiama Nicolina). Nico – il nome le era stato suggerito da un fotografo con cui aveva lavorato – aveva una bellezza di cristallo, altera, lontana e freddissima come il suo modo di cantare (e di velleità canore ne aveva la ragazza, che arrivò alla Factory con una canzone scritta per lei addirittura da Bob Dylan): la figura perfetta, per Warhol, da introdurre nei Velvet in qualità di voce femminile e di presenza “asettica” rispetto agli altri membri della band, una sorta di angelo slavato contrapposto all’appeal oscuro e luttuoso emanato dal maudit Reed e al piglio intellettualoide e poco rassicurante dei polistrumentisti John Cale e Sterling Morrison. Alle percussioni c’era invece una tale Maureen Tucker che annullava la sua identità di donna nell’impersonale divisa all black divenuta vero segno distintivo della band.
Con questa formazione i Velvet cercarono dunque una coesione musicale nel biennio ’65-’66. L’estetica era votata all’esplorazione di un universo dove droga e dipendenza non erano i paradisi artificiali tanto decantati dal positivismo hippie, ma veri inferni chimici – trattati dalla penna di Reed – con aspirazioni di redenzione e tragica verità stemperata da un personalissimo senso dell’ironia. Insieme c’erano anche torbide canzoni d’amore, nelle quali bellezza e rovina coesistevano con grazia.

I tempi di maturazione erano perfetti, quindi, per il debutto discografico. Ma questa è la seconda parte della storia (to be continued…).

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