The possession, un bignamino di presagi ed esorcismi senza pathos

The possession (id, 2012, Usa) di Ole Bornedal con Jeffrey Dean Morgan, Kyra Sedgwick, Madison Davenport, Natasha Calis, Grant Show, Matisyahu, Agam Darshi.

Sceneggiatura di Stiles White e Juliet Snowden, ispirato all’articolo “A jinx in a box?” di Leslie Gornstein apparso sul Los Angeles Times il 25 luglio 2004.

Horror, 1h 32’, M2 Pictures/Lionsgate. In uscita il 25 ottobre 2012.

Voto: 4½ su 10

La firma in cabina di produzione del geniale Sam Raimi lasciava ben sperare e le carte per un dignitoso film di genere sembravano esserci tutte: un horror di impianto demoniaco che ha per soggetto un male oscuro e per oggetto la media famiglia americana. Purtroppo, a quasi quarant’anni da L’esorcista di Friedkin, è arduo riuscire a piazzare qualche sorpresa nel profondo solco di una tradizione già abbondantemente sfruttata.

La piccola Em Brenek (Natasha Calis) è una bambina solare e animalista, ma quando in un mercatino dell’usato si incapriccia per un cofanetto di legno intarsiato, la sua vita assume sfumature inquietanti e violente: postumi d’accettazione del divorzio di papà (Jeffrey Dean Morgan) e mamma (Kyra Sedgwick)? Magari. La disgraziata si scoprirà posseduta da un’entità malefica di ascendenze ebraiche, che si impadronisce del corpo di giovani vittime per poter manifestarsi in tutta la sua furia.

Facile ipotizzare il prosieguo della storia con simili premesse che, a conti fatti, altro non è che un bignamino di presagi ed esorcismi cinematografici stravisti e riproposti a un pubblico di nuova generazione a secco di vecchi terrori.

L’ispirazione pseudo-realista (trattasi infatti di vicenda testimoniata in un articolo del Los Angeles Times), stavolta neppure riesce a trarre in inganno, tanto è biascicata la costruzione drammatica della tensione e ridicolo il contesto familiare del tutto, con tanto di inutili schermaglie genitoriali sullo sfondo.

Il risultato è un horror senza pathos e senza spaventi, dove qualche soluzione visiva piuttosto gustosa si perde in una sceneggiatura raffazzonata e in un banalissimo campionario del genere fatto di falene, occhiatacce, bisbiglii e levitazioni. Gli attori si prestano con onestà (e la Calis non sembra voler nascondere gli omaggi a Linda Blair, indimenticabile bambina esorcizzata), purtroppo l’operazione è scontata e rassicurante come il peggior sedativo di massa.

Giuseppe D’Errico

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