“The Butler”, retorica, lacrime e marketing presidenziale

THE BUTLER

The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca (The Butler, Usa, 2013) di Lee Daniels, con Forest Whitaker, Oprah Winfrey, David Oyelowo, Robin Williams, Jane Fonda, Alan Rickman, James Marsden, Alex Pettyfer, Vanessa Redgrave, Mariah Carey, Lenny Kravitz, Cuba Gooding jr, John Cusack, Terrence Howard, Liev Schreiber, Jesse Williams, Clarence Williams III, Yaya Alafia, Colman Domingo, Nelsan Ellis, Minka Kelly, Elijah Kelley

Sceneggiatura di Danny Strong, dall’articolo “A Butler Well Served by This Election” di Wil Haygood apparso sul Washington Post il 7 novembre 2008

Drammatico, 2h 18′, Videa, in uscita il 1 gennaio 2014

Voto: 4 su 10

Hollywood non è nuova ai lavaggi di coscienze spettacolarizzati sul grande schermo cinematografico. A dire il vero, l’atteggiamento ha prodotto anche pellicole sinceramente toccanti sull’argomento della segregazione razziale (Il colore viola di Steven Spielberg è solo uno di questi), più spesso ne sono venute fuori operazioni scopertamente programmatiche e didascaliche, atte a colpire principalmente i condotti lacrimali dello spettatore con cascate di melassa e retorica storica. In questo secondo filone rientra, ahinoi, il film dell’impegnato, nero e gay Lee Daniels, solo qualche anno fa artefice di un bel ritratto di degrado sociale contemporaneo, quel Precious candidato a sei Oscar e vincitore di due, che lo consacrò agli occhi del pubblico e alle penne della critica.

The-Butler (1)Il film è ispirato alla vera storia di Eugene Allen (che qui diventa Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker), maggiordomo nero alla Casa Bianca dal 1957 al 1986, sotto sette presidenze, da Eisenhower (Robin Williams) a Ronald Regan (Alan Rickman, con Jane Fonda nei panni della first lady Nancy). Attraverso la parabola umana di Cecil, assistiamo a oltre ottant’anni di storia nazionale americana, dalla schiavitù nei campi di cotone, dove ancora bambino vide stuprare la madre (Mariah Carey) e uccidere il padre, passando per i primi fermenti civili per la lotta ai diritti per le persone di colore, dalla quale scaturirà un rapporto burrascoso con il figlio attivista Louis (Oyelowo), fino all’elezione di Obama. Al fianco di Cecil ci sarà sempre l’imponente moglie Gloria (Oprah Winfrey).

Difficile guardare al film diversamente da un enfatico e interminabile spot elettorale per una odierna presidenza in calo di simpatie. Operazione di marketing assai riuscita, considerando gli entusiasmi che The Butler ha raccolto in patria. Spiegato un cast da capogiro per l’occasione, che ha nell’amatissima (e obamiana) star televisiva Winfrey la sua ingombrante punta di diamante, il film non fa altro che snocciolare, in forma di bignami strappalacrime, l’evoluzione sociale di un paese che piange le sue colpe e apre le braccia speranzose a un futuro di aggregazione. Il risultato è un risibile museo delle cere a stelle e strisce che non emoziona neppure per un secondo, tanto è falso e prestabilito. Le cadute nel ridicolo non si contano, il mare di stereotipi sui presidenti è rivoltante, così come l’oscurantismo sui lati meno nobili degli stessi. La parata di volti celebri non fa altro che acuire il vuoto totale di cinema che questo film-cioccolatino (rancido) rappresenta.

Giuseppe D’Errico

 

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