“Ted 2″, lotta ai diritti e sconcezze irriferibili, un sequel noioso

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Ted 2 (id, Usa, 2015) di Seth MacFarlane con Seth MacFarlane, Mark Wahlberg, Amanda Seyfried, Morgan Freeman, Giovanni Ribisi, Jessica Barth, Dennis Heysbert, Liam Neeson, Sam J. Jones

Sceneggiatura di Seth MacFarlane, Alec Sulkin, Wellesley Wild

Commedia, 1h 59′, Universal Pictures International Italy, in uscita il 25 giugno 2015

Voto: 4 su 10

Con oltre 550 milioni di dollari di fatturato, a fronte di un budget venti volte inferiore, era impensabile non attendersi il seguito della fortunatissima e sboccatissima avventura dell’orsetto di pelouche più scorretto della storia dell’intrattenimento. Ted 2 arriva dopo tre anni e il parziale fallimento di Un milione di modi per morire nel West, un progetto a cui (forse, pensiero di chi scrive) Seth MacFarlane teneva di più rispetto a questo tempisticamente scontato sequel.

Ted-2-terzo-trailer-italiano-senza-censure-2Il geniale creatore de I Griffin, figlio di un retaggio umoristico spesso televisivo, che da sempre cerca di mettere in ridicolo i tabù dell’età contemporanea con l’arma del politicamente scorretto, riprende le gesta di Ted (che, in originale, ha la voce di MacFarlane), infelicemente sposato alla bella, bionda e oca Tamy-Lynn (Barth) e voglioso di dare una svolta al tran-tran coniugale mettendo in cantiere un bambino. I primi tentativi di “inseminazione” vanno a vuoto, l’unica soluzione sembra l’adozione. Ma quando lo stato riconosce Ted non come essere umano ma come un “bene”, una “proprietà”, ogni sua istanza viene respinta, perde il lavoro e pure il matrimonio. Con l’aiuto del “rimbombamico” di una vita John Bennett (Wahlberg) e di una giovane avvocatessa dipendente dalle droghe leggere (Seyfried), il nostro eroe affronterà una causa civile per far valere i suoi diritti…

L’avventura di Ted ha la risata crassa ma il fiato corto. Non di rado l’intelligenza sarcastica del suo autore trova punte apicali di impagabile ironia (ne fanno le spese gli stand-up comedian, la gente di colore e l’autoironica Seyfried); molto più spesso, invece, prende piede la volgarità più becera e dozzinale, con abissi tombali di irriferibile sconcezza. Un film lungo e noioso, oltretutto. I titoli di testa in stile Busby Berkeley sono la prova delle potenzialità di simili operazioni, puntualmente disattese dalla dose di facili ammicchi ad un pubblico di nerd e di giovane critica che loderà in massa. Ma se questo è il livello della nuova commedia americana preferiamo non prendere parte ai festeggiamenti.

Giuseppe D’Errico

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