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Venezia75 – Orizzonti: “Sulla mia pelle”, un film di Alessio Cremonini, la recensione

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Sulla mia pelle (id, Italia, 2018) di Alessio Cremonini con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano, Tiziano Floreani

Sceneggiatura di Alessio Cremonini e Lisa Nur Sultan

Drammatico, 1h 40′, Netflix e Lucky Red, in contemporanea dal 12 settembre al cinema e sulla piattaforma digitale

Voto: 7 su 10

Prima ancora della sua presentazione in apertura della sezione Orizzonti di Venezia75, Sulla mia pelle, opera seconda di Alessio Cremonini sulla tristemente nota vicenda di Stefano Cucchi, poteva già fregiarsi del titolo di film più discusso, non per il tema trattato ma per la modalità di distribuzione incrociata tra sala e video streaming. Il produttore Andrea Occhipinti, che insieme a Netflix ha creduto subito nella sceneggiatura dello stesso Cremonini e di Lisa Nur Sultan, ha confermato la strategia nella speranza che la storia possa raggiungere il più vasto pubblico possibile, anche internazionale.

#arenaestiva: “Come ti divento bella”, un film di Abby Kohn e Marc Silverstein, la recensione

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Come ti divento bella (I Feel Pretty, Usa, 2018) di Abby Kohn e Marc Silverstein con Amy Schumer, Michelle Williams, Tom Hopper, Rory Scovel, Emily Ratajkowski, Lauren Hutton, Naomi Campbell, Adrian Martinez

Sceneggiatura di Abby Kohn e Marc Silverstein

Commedia, 1h 50′, Universal Pictures/Lucky Red in associazione con 3 Marys, in uscita il 22 agosto 2018

Voto: 6 su 10

Sembra passato un secolo da Amore a prima svista (Shallow Hal), la commedia dei fratelli scorretti Peter e Bobby Farrelly che, senza nulla lasciare all’immaginazione, portarono alle estreme conseguenze lo stereotipo romantico della bellezza interiore che da sempre imperversa sugli schermi cinematografici e un po’ meno nella vita di tutti i giorni. Era il 2001 e il paffutello Jack Black, sotto ipnosi, si innamorava perdutamente di una splendida e sensibile ragazza che ai suoi occhi aveva le fattezze di Gwyneth Paltrow, ma che nella realtà null’altro era se non una goffissima cicciona. Le gag si sprecavano, la tenerezza anche, ma il messaggio era chiaro: bisogna andare oltre l’aspetto fisico per poter apprezzare una persona.

#arenaestiva: “Il sacrificio del cervo sacro”, un film di Yorgos Lanthimos, la recensione

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Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer, Irlanda/Usa/GB, 2017) di Yorgos Lanthimos con Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Bill Camp, Alicia Silverstone

Sceneggiatura di Yorgos Lanthimos, Efthymis Filippou

Drammatico, 2h 01′, Lucky Red, in uscita il 28 giugno 2018

Voto: 6 su 10

La provocazione è un’arma a doppio taglio che non sempre riesce a imporsi in tutta la sua auspicabile dirompenza al cinema; spesso, il rischio è la banalizzazione e il ridicolo involontario. Tra i molti registi contemporanei, soprattutto europei, che tentano nuovi approcci alla narrazione c’è il greco Yorgos Lanthimos che, dopo gli interessanti esordi in patria con Dogtooth e Alps, nel 2015 si era fatto notare a livello internazionale con il curioso e involuto The Lobster, una stimolante riflessione sulla solitudine umana, sui toni del grottesco distopico, che quasi costringeva a una sospensione del giudizio data la sproporzione evidente tra le potenzialità dell’assunto di base e le conclusioni vaghe e confuse. Il sacrificio del cervo sacro, sua ultima opera prima dell’atteso The Favourite (in gara a Venenzia75), segna un passo indietro rispetto alle ambizioni provocatorie del film precedente, non solo per l’assenza di quella stessa originalità, ma soprattutto perché il peso della provocazione è sterile e risaputo.

#arenaestiva: “La truffa dei Logan”, un film di Steven Soderbergh, la recensione

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La truffa dei Logan (Logan Lucky, Usa, 2017) di Steven Soderbergh con Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Riley Keough, Seth MacFarlane, Katie Holmes, Hilary Swank, Sebastian Stan, Katherine Waterston, Farrah Mackenzie, Brian Gleeson, Jack Quaid

Sceneggiatura di Rebecca Blunt

Commedia, 1h 59′, Lucky Red, in uscita il 31 maggio 2018

Voto: 7 su 10

Un film come La truffa dei Logan rischia di essere ricordato più per la sua controversa vicissitudine produttiva che non per i suoi reali meriti artistici. Per l’appunto, dietro alla lavorazione c’è tutta un’avventura di ribellione maturata negli anni dal suo regista, l’ormai ineffabile Steven Soderbergh, verso i consueti canali produttivi, distributivi e promozionali che, a ben vedere, ormai rappresentano solamente una costosa zavorra, perdipiù limitante, alla libera circolazione di un’opera cinematografica. Già ai tempi di Magic Mike, poi autofinanziato da lui stesso e dalla sua star Channing Tatum, il regista si era scagliato contro il budget pubblicitario troppo alto imposto dalla Warner Bros, che riduceva al minimo i profitti dei partecipanti al progetto; per La truffa dei Logan i costi di produzione sono stati coperti mettendo insieme pre-vendite e prestiti dall’estero, per un budget stimato attorno ai 30 milioni di dollari, cifra considerevole per gli standard di un prodotto indipendente che si è potuto permettere anche un cast stellare. In definitiva, però, lo sforzo non ha pagato quanto sperato in risultati al box office, se solo in patria il film non è riuscito ad andare oltre i 25 milioni di incasso. 

#arenaestiva: “Hereditary – Le radici del male”, un film di Ari Aster, la recensione

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Hereditary – Le radici del male (Hereditary, Usa, 2018) di Ari Aster con Toni Collette, Gabriel Byrne, Alex Wolff, Milly Shapiro, Ann Dowd, Mallory Bechtel

Sceneggiatura di Ari Aster

Horror, 2h 06′, Lucky Red/Key Films, in uscita il 25 luglio 2018

Voto: 5 su 10

C’è un incolmabile scarto tra la forma e il contenuto che compongono il film d’esordio del newyorkese Ari Aster, classe 1987 ma già conscio del proprio bagaglio cinematografico, tanto da realizzare con Hereditary un successo per certi versi inaspettato che, a fronte di un budget indipendente di soli 7 milioni di dollari, in patria ha già decuplicato i propri profitti. Ma il riscontro positivo per Aster non si esaurisce solo in termini economici, dato che il film ha riscosso consensi pressoché unanimi da parte della critica, che non ha tardato a chiamare in causa modelli inavvicinabili del genere satanico come Rosemary’s Baby e L’esorcista. A ben vedere, però, l’opera prima del giovane regista ha poco da spartire con questi classici del genere, evidentemente emulati, se non una matrice di superficie che possa chiamare in causa temi quali spiritismo e possessioni demoniache. Soprattutto, guardando Hereditary, sorge spontaneo riflettere se sia ancora il caso di affrontare certe storie con uno stile spiccatamente autoriale ma senza il minimo sforzo di rielaborazione scrittoria, alla luce di un passato anche recente che ha provato a scostarsi dal seminato più tradizionale (si pensi agli esempi di It follows e The Witch).

“Tutti i soldi del mondo”, un film di Ridley Scott, la recensione

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Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World, Usa, 2017) di Ridley Scott con Michelle Williams, Christopher Plummer, Mark Whalberg, Charlie Plummer, Romain Duris, Timothy Hutton, Marco Leonardi, Giuseppe Bonifati, Andrew Buchan, Guglielmo Favilla, Olivia Magnani, Francesca Inaudi, Nicolas Vaporidis, Giulio Base

Sceneggiatura di David Scarpa, dal romanzo omonimo di John Pearson (ed. HarperCollins Italia)

Drammatico, 2h 13′, Lucky Red, in uscita il 4 gennaio 2018

Voto: 5 su 10

È penoso doverlo ammettere, ma se Tutti i soldi del mondo, l’ultimo film di Ridley Scott sul rapimento di Paul Getty jr, verrà ricordato nel tempo, sarà solo per la scelta di regista e produzione di eliminare Kevin Spacey dalla lavorazione finale, a riprese ultimate e a poche settimane dall’uscita ufficiale, e di sostituirlo con il veterano Christopher Plummer, costretto agli straordinari pur di riuscire nell’impresa di rifare tutte le scene in sole due settimane. Una decisione senza precedenti nella storia del cinema, tanto ipocrita e odiosa quanto, forse, inevitabile, all’indomani delle martellanti accuse di molestie sessuali che hanno travolto il grande attore di American Beauty e che avrebbero potuto mettere in pericolo il riscontro di uno dei titoli più attesi della stagione. Proviamo a guardare il lato positivo di questa imbarazzante vicenda: almeno ci è stata risparmiata la visione di Spacey ricoperto da chili di ingrato make up nella parte dell’anziano magnate del petrolio, che in prima istanza negò ai rapitori la somma per il rilascio del nipote. Anzi, c’è da dire che la presenza sulfurea di Plummer nei panni del patriarca Getty è una delle poche cose che si salva in questo thriller fanta-biografico ad alto tasso di ridicolo involontario.

“La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel”, un film di Woody Allen, la recensione

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La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel (Wonder Wheel, Usa, 2017) di Woody Allen con Kate Winslet, Justin Timberlake, James Belushi, Juno Temple, Max Casella, Jack Gore, David Krumholtz

Sceneggiatura di Woody Allen

Drammatico, 1h 41′, Lucky Red, in uscita il 13 dicembre 2017

Voto: 8 su 10

La quarantottesima regia di Woody Allen si apre su una inquadratura che lascia sinceramente ammaliati: un cielo nuvoloso tra squarci di sereno azzurrino sovrasta una spiaggia affollatissima, con uno sfondo di cartelloni pubblicitari, giostre e ottovolanti, e la panoramica ruota delle meraviglie a ergersi come una protagonista incontrastata. In questa straordinaria sequenza incipitaria c’è tutta la magia del cinema del grande autore newyorkese, qui alle prese con una delle sue più cupe riflessioni sul desiderio e sul bisogno di evadere da un’esistenza dominata dal caso, e tutto il suo amore per gli archetipi della natura umana tracciati nei capolavori teatrali di Tennessee Williams e Eugene O’Neill. In La ruota delle meraviglie, Allen trasporta il suo circo della vita a Coney Island e, ben sapendo di raccontare una storia universale e fuori dal tempo (complice la fotografia sognante e iperrealista di Vittorio Storaro), la ambienta negli anni Cinquanta, quando il luna park non esisteva già più dopo il terribile incendio che lo devastò nel 1946, in un meraviglioso corto circuito tra palco e realtà. 

“L’insulto”, un film di Ziad Doueiri, la recensione

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L’insulto (L’insulte, Libano/Francia, 2017) di Ziad Doueiri con Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Carlos Chahine, Christine Choueiri, Diamand Abou Abboud, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Rita Hayek, Talal El Jurdi

Sceneggiatura di Joelle Touma, Ziad Doueiri

Drammatico, 1h 53′, Lucky Red, in uscita il 6 dicembre 2017

Voto: 8 su 10

Parte da un episodio biografico relativo al regista Ziad Doueiri, già assistente di Quentin Tarantino, e della sua ex moglie, anche co-sceneggiatrice, la genesi creativa de L’insulto, il film franco-libanese presentato con grande successo all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (Coppa Volpi per il protagonista Kamel El Basha) e in corsa per l’Oscar alla miglior opera in lingua straniera. Come egli stesso ha raccontato, tutto nasce da uno scambio di battute piuttosto pesante con un operaio palestinese, bagnato dall’acqua che Doueiri stava dando ai suoi cactus sul balcone: il primo gli ha dato del “pappone”, il regista ha replicato con “avrei preferito che Ariel Sharon vi avesse sterminati”. Fortunatamente, alle offese sono seguite anche le scuse immediate da ambo le parti; ma cosa sarebbe successo se la questione non fosse stata chiusa subito?

RomaFF12 – Selezione Ufficiale: “Borg McEnroe”, un film di Janus Metz Pedersen, la recensione

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Borg McEnroe (id, Danimarca/Finlandia/Svezia, 2017) di Janus Metz Pedersen con Sverrir Gudnason, Shia LaBeouf, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, Ian Blackman, Robert Emms, Leo Borg, Markus Mossberg

Sceneggiatura di Ronnie Sandahl

Biografico, 1h 47′, Lucky Red, in uscita il 9 novembre 2017

Voto: 6½ su 10

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, l’attenzione sul mondo del tennis venne catalizzata da una delle più celebri rivalità nella storia dello sport, quella tra il campione svedese Björn Borg e l’astro nascente americano John McEnroe, culminata in una ormai leggendaria finale al torneo di Wimbledon del 1980. Il film di Janus Metz Pedersen porta in scena quello scontro epico in un biopic dal taglio estremamente tradizionale, che parte dagli esordi dei due atleti per scandagliarne timori e rigidità, fino ad arrivare a un risultato che è storia, e chiudere il tutto con le didascalie d’ordinanza.

RomaFF12 – Selezione Ufficiale: “I, Tonya”, un film di Craig Gillespie, la recensione

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I, Tonya (id, Usa, 2017) di Craig Gillespie con Margot Robbie, Allison Janney, Sebastian Stan, Julianne Nicholson, Paul Walter Hauser, McKenna Grace, Bobby Cannavale, Caitlin Carver, Jason Davis

Sceneggiatura di Steven Rogers

Biografico, 2h 01′, Lucky Red

Voto: 8 su 10

La vicenda che, nel 1994, coinvolse la pattinatrice Tonya Harding nell’aggressione alla rivale Nancy Kerrigan sarà per sempre ricordata come uno dei più grandi scandali nella storia dello sport internazionale. Ma chi era Tonya Harding? Un’atleta zotica, priva di educazione e di grazia, ma anche una giovane donna maltrattata negli affetti, costantemente messa alla prova sulle proprie capacità, senza che nessuno credesse in lei, a cominciare da se stessa. Almeno è questo il ritratto che ne viene fuori da I, Tonya, l’iperbolico biopic che le ha dedicato il regista Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua), sulla scorta di una formidabile sceneggiatura firmata da un esperto in melodrammi come Steven Rogers (NemicheAmiche, P.S. I love you), che ha riscritto la storia della sportiva più odiata d’America a partire da una serie di incredibili interviste rilasciate dai veri protagonisti.