“Stoccolma Est”, melodramma luttuoso tra colpa e redenzione

STOCKHOLM_ÖSTRA_

Stoccolma Est (Stockholm Östra, Svezia, 2011) di Simon Kaijser da Silva con Iben Hjejle, Mikael Persbrandt, Henrik Norlèn, Liv Mjönes

Sceneggiatura di Pernilla Oljelund

Drammatico, 1h 37’

Nordic Film Festival 2013 – Roma 11-14 aprile

Voto: 6½ su 10

Anche se ci hanno già provato in molti, non è facile affrontare al cinema l’elaborazione di un lutto, doppiamente tragico se a morire è un figlio. Il film di Simon Kaijser da Silva, che ha aperto la Settimana Internazionale della Critica a Venezia68, si sforza di offrire un punto di vista inedito sul tema, indagando il dolore dei protagonisti e coinvolgendoli in un rischioso melodramma sentimentale.

stoccolmaestJohan (Mikael Persbrandt, il protagonista di In un mondo migliore, film premio Oscar di Susanne Bier) vive con la compagna nella periferia di Stoccolma, non molto lontano dalla casa di Anna (Iben Hjejle, era lei che tormentava John Cusack in Alta fedeltà di Stephen Frears), sposata e con una figlia di nove anni. Le loro vite subiranno un brusco cambiamento quando l’uomo investe e uccide la bambina. Qualcosa spinge Johan a entrare in contatto con Anna, distrutta dalla perdita e incapace di trovare ragioni per andare avanti; si innamoreranno, ma lei finge ancora di avere una figlia che l’aspetta a casa e lui non riesce a rivelarle la grave colpa che lo affligge.

Esordiente dietro la macchina da presa, ma con un trascorso televisivo di tutto rispetto in patria, Da Silva non aggiunge molto, in termini di contenuti e riflessioni, a quanto già detto in film come La stanza del figlio di Moretti o Rabbit Hole di Mitchell, ma neanche sfigura al loro confronto.

Ben costruito tra snodi intimi e colpi di scena, Stoccolma Est (il locale dove i due amanti si incontrano furtivamente) sconta una consequenzialità discutibile delle emozioni dei protagonisti, poco approfonditi nella loro voglia di espiare una lacerante sofferenza con l’impeto di una inaspettata passione amorosa.

Ne esce un film narrativamente solido e coinvolgente, ma mai davvero credibile, e abbandonato a facili contrapposizioni tra colpa e redenzione, tra vittima indolente e carnefice incolpevole; uno di quei film godibili ma appaganti mai fino in fondo, di cui si finisce col lodare attori (Persbrandt e Hjejle davvero ottimi) e fotografia.

Giuseppe D’Errico

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