“Steve Jobs”, Boyle e Sorkin per un biopic rivoluzionario sul genio di Apple

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Steve Jobs (id, Usa, 2015) di Danny Boyle con Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Stuhlbarg, Katherine Waterston, Sarah Snook, Perla Haney-Jardine

Sceneggiatura di Aaron Sorkin dalla biografia “Steve Jobs” di Walter Isaacson (ed. Mondadori)

Biografico, 2h 02′, Universal Pictures International Italy, in uscita il 21 gennaio 2016

Voto: 8 su 10

Il motivo principale per cui Steve Jobs di Danny Boyle è un film da vedere e tramandare è essenzialmente uno, l’aver rivoluzionato le regole di un genere piatto e istituzionale come quello biografico. Scritto con mirabile verve da Aaron Sorkin, lo sceneggiatore di The West Wing e The Social Network, il film non racconta la vita pubblica ma l’uomo privato, focalizzandosi su tre precisi momenti della parabola del creatore di Apple, restituiti con altrettante tecniche di ripresa.

steve_jobs_fan_made_poster_by_hessam_hd-d9f8zaoSi comincia con il lancio del primo Macintosh in un campus di Cupertino nel 1984, con i colori e le atmosfere sgranate del 16mm; segue la presentazione del cubo nero della Next nel 1988, reso con un più denso 35mm; infine l’iMac nel 1998, girato in alta definizione. Non assistiamo mai all’ufficializzazione del prodotto, ma a tutta una serie di retroscena immediatamente antecedenti l’evento, a una lunga serie di confronti tra Jobs e il suo entourage (l’irreprensibile e presentissima capo marketing Joanna Hoffman, l’amico ed ex collega di avventura Steve Wozniank, l’executive John Sculley) ma anche con la moglie e la figlia. Steve Jobs è interpretato da un intenso Michael Fassbender, attorniato da un cast oltremodo magnifico in cui svetta la portentosa Kate Winslet, nei pittoreschi panni della Hoffman.

Il film, pregio raro per un biopic, evita la banale santificazione del protagonista per proporne il genio indiscusso ma anche l’umbratilità, il distacco e l’anaffettività. Tutto secondo lo stile cult di Sorkin, quel “walk and talk” febbrile tra stanze chiuse e corridoi, che ha caratterizzato i suoi lavori migliori. Unico limite diventa proprio l’ecceso di parola su argomenti perlopiù ignoti ai non avvezzi alle strategie informatiche. Difetto perdonabile se comparato all’originalità del punto di vista, alla recitazione strepitosa e alla regia inaspettatamente fluida e “musicale” di Boyle, completamente al servizio della scrittura ma non per questo meno personale o efficace. Alla fine, Jobs sembra quasi aver assunto la statura di un gravoso, problematico personaggio shakespeariano.

Giuseppe D’Errico

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