“St. Vincent”, dramedy edificante con un grande Bill Murray

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St. Vincent (id, Usa, 2014) di Theodore Melfi con Bill Murray, Melissa McCarthy, Naomi Watts, Jaeden Lieberher, Chris O’Dowd, Terrence Howard

Sceneggiatura di Theodore Melfi

Commedia, 1h 42′, Eagle Pictures, in uscita il 18 dicembre 2014

Voto: 6 su 10

La ragione unica di certi film non proprio indispensabili, a volte, risiede negli attori che vengono chiamati a interpretarli. È il caso di St. Vincent di Ted Melfi, già apprezzato regista di spot pubblicitari e ora al suo esordio per il grande schermo con una commedia indipendente scritta di suo pugno e prodotta dai furbissimi fratelli Weinstein. Ne è protagonista uno strabordante Bill Murray, sempre più maschera di ironia laconica e intima malinconia, affiancato dalle ottime Melissa McCarthy e Naomi Watts, e da uno dei baby attori più bravi e simpatici visti di recente, Jaeden Lieberher.

Il film, ambientato in una Brooklyn disagiata e marginale, racconta l’amicizia del tutto inattesa tra un bambino di dodici anni (Lieberher), appena trasferitosi con la mamma single (McCarthy) nel quartiere, e il vicino di casa vecchio e burbero (Murray), un reduce di guerra che frequenta una prostituta russa incinta (Watts) e spreca tutto il suo denaro alle corse dei cavalli. Il ragazzino imparerà ad apprezzare dell’uomo ciò che nessuno era stato in grado fino ad allora di vedere…

Nulla di originale sotto qualunque punto di vista, sia nei personaggi che nelle ambizioni sociali di questo dramedy con lacrimuccia che scioglie ogni negatività nei buoni sentimenti più edificanti. Sì, perché la sceneggiatura vorrebbe proporre un nuovo concetto di santità in linea coi tempi brutti e volgari che viviamo, individuando nella figura di un loser alla deriva l’emblema di tale concetto. L’idea è ruffiana, lo svolgimento è convenzionale e senza sorprese, però è un’opera condotta con grazia e senso dell’umorismo, che tuttavia passerebbe inosservata se non fosse per la bravura dei suoi interpreti (ma nel doppiaggio si perde tutto il meglio), su tutti un grande Murray che, probabilmente, rivedremo tra i candidati ai prossimi Oscar. Il resto è poca cosa, ma non dispiace.

Giuseppe D’Errico

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