“Split”, un film di M. Night Shyamalan, la recensione

Split

Split (id, Usa, 2017) di M. Night Shyamalan con James McAvoy, Betty Buckley, Anya Taylor-Joy, Haley Lu Richardson, Jessica Sula, Brad William Henke, Bruce Willis

Sceneggiatura di M. Night Shyamalan

Thriller, 1h 57’, Universal Picture International Italy, in uscita il 26 gennaio 2017

Voto: 6 su 10

L’avevamo lasciato con un horror indegno del suo (perduto?) talento, il finto-amatoriale The Visit. M. Night Shymalan ritorna oggi con Split, un successo in patria dopo una serie di delusioni cocenti che facevano guardare con nostalgia e amarezza al regista dei geniali The Sixth Sense e The Village. Difficile replicarsi a quei livelli di raffinatezza narrativa, questa sua ultima fatica fa della psichiatria spicciola attraverso un thriller claustrofobico che incuriosisce almeno fino all’immancabile e sconclusionata svolta finale.

locandina-splitUn inquietante James McAvoy interpreta Kevin,  un giovane con ben ventitré personalità differenti, a cominciare dalla fisicità; la sua psichiatra (la rediviva Betty Buckley), però, ne individua una ventiquattresima, la più minacciosa e latente, che è in attesa di materializzarsi e dominare tutte le altre. Quando Kevin rapisce e segrega tre ragazze negli scantinati della sua abitazione, inizia una vera e propria guerra per la sopravvivenza tra le personalità nella sua mente, costrette a dover imporsi l’una sull’altra…

Chi conosce il regista può immaginare come la vicenda assumerà tinte sempre più terrificanti, anche se alla sceneggiatura di Shyamalan manca lo spessore drammatico dei classici del genere come La donna dai tre volti e Sybil. Soprattutto con quest’ultimo è impossibile non instaurare un confronto: con il film di Daniel Petrie del 1976, Split ha in comune non solo la brevità del titolo, ma anche l’affollamento di personalità che affligge la psiche della protagonista Sally Field, che doveva tenerne a bada ben sedici. Ma in quel caso c’era un pregresso di inenarrabili violenze a supportare un presente di fragilità e dolore; il bravissimo McAvoy, invece, non ha a disposizione una struttura solida per il suo personaggio, non siamo a conoscenza del suo dramma e quasi ci disinteressiamo alla sua condotta criminosa. Se poi il confine del realismo si oltrepassa (non solo in termini di credibilità), anche quel po’ di atmosfera fin lì creata si va sgretolando. Come survival horror funziona, è tutto il resto che lascia perplessi, pur trattandosi del miglior Shyamalan dai tempi di Lady in the Water. Ma attenzione al colpo di coda dopo i titoli finali.

Giuseppe D’Errico

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>