“Shut In”, un film di Farren Blackburn, la recensione

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Shut In (id, Usa/Canada/Francia) di Farren Blackburn con Naomi Watts, Charlie Heaton, Oliver Platt, Jacob Tremblay, David Cubitt

Sceneggiatura di Christina Hodson

Thriller, 1h 31’, Notorious Pictures, in uscita il 7 dicembre 2016

Voto: 4 su 10

Produzione europea con attrice americana (anzi, australiana) per un deprimente thriller in formato horror, con bimbetti dagli occhi sbarrati, porte cigolanti e procioni tra la spazzatura di notte. È Shut In, che la sceneggiatrice Christina Hodson ha scritto dopo essere stata suggestionata dai rumori che, nottetempo, udiva nel monolocale newyorkese dove viveva. Peccato che non abbia avuto la lungimiranza di affidare i suoi pensieri creativi a una pagina di diario, sarebbe stato più utile a lei e soprattutto all’incauto spettatore che assisterà ai novanta minuti più triti del genere.

shut-in-posterIl film narra di una psicologa infantile (Watts), costretta ad accudire il figliastro (Heaton) ridotto in stato vegetativo dopo un terribile incidente stradale in cui ha perso la vita il padre. Riceve i suoi pazienti a domicilio e interagisce quasi unicamente via Skype col suo dottore (Platt) che, al massimo, le consiglia di tirare solo dei bei sospironi per riprendersi dai momenti di ansia. Già, perché la nostra psicologa è ossessionata dalla sparizione di un bambino (Trembley) che avrebbe voluto prendere in analisi. Dispersa tra le nevi, la casetta della povera donna diventa un tripudio di passi, scricchiolii e sospiri sospetti: sta impazzendo o lo spettro del bimbo è tornato a meditar vendetta?

La sorpresona piazzata a tre quarti di film dovrebbe essere il vero colpo di genio della già citata Hodson, ma invece rappresenta solo l’ennesima ingenuità di un filmetto scialbo e ultraderivativo, che plagia non solo Le verità nascoste di Zemeckis ma addirittura un capolavoro come Shining di Kubrick. La confezione non è spregevole, tutto il resto sì, compreso il triste declino di Naomi Watts, vanamente agitata in quello che, per lei, dovrebbe essere un alimentare veicolo drammatico.

Giuseppe D’Errico

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