“Shakespeare è un amico dal potere terapeutico”, incontro con Maximilian Nisi

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Attore di teatro, cinema e televisione, a breve nuovamente sul palco con un recital dedicato al grande drammaturgo inglese dell’Amleto e Romeo e Giulietta, abbiamo incontrato Maximilian Nisi, che ci ha spiegato la sua idea di teatro.

Il prossimo 4 febbraio sarai al teatro Arciliuto di Roma con “Shakespeare amore mio”. Ci dici qualcosa dello spettacolo?

Questa è la quinta volta volta che mi chiedono di fare il mio tributo a William Shakespeare a Roma. È un mio recital nato nel 2014 per celebrare i 450 anni dalla nascita di colui che reputo il più grande drammaturgo di tutti i tempi. È uno spettacolo che abbiamo portato a Torino, Vicenza, La Spezia, Savona e che presto debutterà anche a Milano. È una grande soddisfazione vedere l’entusiasmo che lo accompagna; in verità non ne sono stupito: il grande Bardo scavalca i secoli e, sapientemente, continua a mietere vittime. Il suo verbo è immenso, necessario ed eterno, non potrebbe essere altrimenti. 

26996339_10156914542508906_1827629506_nIn che modo hai lavorato sui testi di Shakespeare?

Ho cominciato questo viaggio selezionando alcuni brani dalla sua corposissima produzione teatrale, ho scelto quelli che, a parer mio, potessero essere i più intensi e i più rappresentativi della sua poetica. Non è stato semplice privilegiarne alcuni a scapito di altri, tutto mi sembrava fondamentale per raccontare l’universalità di uno spirito e di una penna assoluti. Ho dovuto ovviamente operare delle scelte, anche se, di tanto in tanto, mi concedo qualche licenza, aggiungendo o sostituendo, a seconda delle situazioni, alcune parti. Divido quest’avventura con Stefano De Meo, un carissimo amico ed un eccellente ed ispirato pianista che da voce assieme a me col suo pianoforte alla semplicità di Otello, alla follia di Macbeth, alla saggezza di Prospero, ai contrasti di Amleto, alla giovinezza di Romeo, alla stravaganza di Mercuzio, e poi ancora a Riccardo II, a Marcantonio, ad Oberon e a tanti, tanti altri meravigliosi personaggi shakesperiani.

Quanto di te e delle tue esperienze teatrali precedenti c’è in questa tua nuova avventura che porti sul palco?

C’è la mia curiosità atavica per un autore che ha scritto drammi unici, alcuni da tempo snobbati dai produttori odierni e dai nostri organizzatori teatrali. Ci sono alcune opere di Shakespeare bellissime che non sono mai state rappresentate sui nostri palcoscenici. Diciamo che mi sono voluto concedere l’enorme privielgio di studiarne alcune, di approfondire e di raccontare meravigliose pagine teatrali che forse da interprete scritturato non affronterò mai. Inoltre, devo confessarti, che Shakespeare su di me ha esercitato e continua ad esercitare un potere terapeutico. Ho preparato questo recital in un momento della mia vita molto difficile e devo dirti che ho trovato nelle parole dei suoi testi e nelle immagini, che lui sa evocare con tanta efficacia, grandissima consolazione. Shakespeare in quel momento storico della mia vita è stato un amico attento, premuroso e desideroso di aiutarmi a superare il buio della notte in cui mi trovavo. Ancora oggi è lì, all’erta, pronto a correre in mio aiuto. Devo dire che questo per me è molto confortante.

Recentemente ti abbiamo visto nella commedia “Fiore di cactus” al fianco di Benedicta Boccoli, ma nel tuo percorso teatrale ci sono anche i classici e gli autori contemporanei: a quale dimensione ti senti più vicino?

Ho letto la vostra recensione di “Fiore di cactus” e so quello che pensi in proposito. È vero, la commedia non è un genere che prediligo. La mia formazione teatrale mi orienterebbe verso progetti differenti, con scopi ed obiettivi diversi, ma ho deciso di accettare quella proposta di lavoro, abbastanza inconsueta per me, perché sentivo che avrebbe potuto rappresentare un interessante momento di crescita sia artistica che personale. Devo dire che non mi sono sbagliato: la commedia ha bisogno di empatia, di gioco e di un pizzico di incoscenza scenica. Ho dovuto lavorare in quella direzione per molti mesi e devo dire che sono contento dei risultati raggiunti durante le repliche. Inoltre devo aggiungere che le prime, soprattutto a Roma, difficilmente sono recite rilassanti per un attore, è veramente molto poco probabile, in quelle circostanze, svagarsi e giocare in scena. Se un attore riuscisse a farlo, soprattutto in una commedia come quella a cui hai assistito, renderebbe mille volte di più, e malgrado ne sia razionalmente consapevole ogni volta emotivamente ripete il medesimo errore. Ma non credo possa accadere diversamente. È un paradosso, ma è così. Ma la cosa più grave è che più il tempo passa più mi accorgo di diventare, in quel senso, sempre più vile. Solo in Italia la critica, o meglio, quello che è rimasto della critica, viene invitata alla prima e a volte addirittura all’anteprima per recensire. Che follia! Pensa che in Inghilterra i critici arrivano solo alle ultime repliche, quando lo spettacolo è ormai certo e ampiamente rodato. Comunque: commedia, tragedia, dramma, testi classici, moderni, contemporanei, italiani, stranieri, quando un copione è valido affrontarlo è sempre un grandissimo stimolo e spesso è l’unico modo per un attore di prendersi una sana vacanza da se stessi e dalla propria vita.

Foto di Alessandro Lazzarin

Foto di Alessandro Lazzarin

Da spettatore, invece, cosa ti piace vedere a teatro?

Faccio molta attenzione quando decido di andare a vedere qualche spettacolo. Scelgo con estrema cautela. Il Teatro è per me, ancora, un luogo sacro e non amo vederlo profanato. A teatro desidero appassionarmi, divertirmi ed imparare, assistendo per esempio alla messa in scena di novità letterarie o di drammi a me sconosciuti. Poi ci sono gli attori che seguo a prescindere, con costante e fedele dedizione. Sono personalità teatrali talmente capaci ed affascinanti, che vederli in azione è sempre una festa. Mi piace il Teatro vero. Quello fatto di relazioni, di situazioni e di condizioni ben raccontate, popolato da personaggi forti, interessanti, padroni di psicologie variegate e potenti. Devo dire che purtroppo questo tipo di teatro è sempre più assente dalla programmazioni dei nostri teatri. Da un po’ di anni si tende a privilegiare il teatro di narrazione, il teatro-letteratura che, ahimè, se non è affrontato da Ronconi (e per le ragioni che sappiamo mai più lo sarà), è veramente poca cosa. Giacosa, Viviani, Praga, Svevo, questi sono alcuni autori italiani che mi auguro tornino ad essere considerari dal nostro teatro, le cui opere deliziose e preziose spero vengano nuovamente rappresentate, prodotte e distribuite. Io, ovviamente, farò di tutto per interpretarle. 

Stai già lavorando a nuovi progetti?

Adesso sono in tournée con uno straordinario De Francovich, per il terzo anno consecutivo, con “Mister Green”, la bellissima pièce di Jeff Baron diretta da Piccoli. Nel mese di marzo debutterò, per la regia di Liliana Cavani, ne “Il piacere dell’onestà” di Luigi Pirandello, celebreremo così i 150 anni dalla nascita di questo nostro colosso letterario. E poi sarà la volta della messa in scena di un’intrigante novità teatrale: un recente successo a Broadway, dove dividerò la scena con una raffinatissima signora del teatro e sarò diretto da un regista di grande talento. La mia vaghezza non è scaramanzia ma semplicissimo rispetto di accordi presi con le produzioni.

Giuseppe D’Errico

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