Saalfelden Jazzfestival 2013: prime battute sulla 34esima edizione, in programma dal 22 al 25 agosto

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34esimo Jazzfestival di Saalfelden. Essere qui per la prima volta non significa soltanto capire che il paradiso può attendere, perché in questo lembo di terra salisburghese c’è molto di più. Significa aderire e comprendere a fondo un modo di vivere il jazz. Totalizzante, radicale e radicato. Motivo per cui la rassegna, sopravvissuta a importanti cambiamenti avvenuti negli anni passati, è considerata, ad oggi, una delle più importanti a livello internazionale, non solo europeo. Un valore che le viene riconosciuto da coloro che si sporcano la mani nel settore, da sempre, e dal vastissimo pubblico proveniente da tutto il continente

In attesa dell’apertura del palco centrale (Congress Saalfelden), il Festival ha preso il via durante il pomeriggio del 22 con i primi concerti al CityStage (Rathaus platz) e con lo ShortCuts al Nexus: una doppia programmazione parallela che, dalla serata di ieri, si è intersecata con gli assi da 90 previsti al Congress, e che, come da tradizione, unisce glorie e talenti locali (come la Lungau Big Band e il trio Crème Proleau) a presenze internazionali rilevanti.
A fare da filo conduttore delle prime performance che si sono susseguite (specialmente sul palco del Nexus) è la ricerca del suono come veicolo primario di narrazione. Una ricerca viscerale e senza confini, nella quale i vari strumenti sembravano fondersi con il corpo stesso dei musicisti. Non a caso uno dei protagonisti del pomeriggio di ieri è stato il giapponese Keiji Haino (in duo con il trombettista austriaco Franz Hautzinger), capace di alternare visionari e trasgressivi passaggi alla chitarra elettrica a cori macabri e, al contempo, carichi di un’armonia essenziale.
Da sottolineare, su tutti, gli straordinari set del trio Plutino e del duo formato da Tony Malaby e Tom Rainey, che si sono esibiti al Nexus, rispettivamente, le sera di apertura e la mattina del 23 agosto.
Plutino Trio è il progetto, di recente nascita, formato dal batterista statunitense Bobby Previte e da due dei più importanti musicisti italiani di nuova generazione, Francesco Diodati (chitarra elettrica) e Beppe Scardino (sax baritono e clarinetto basso). Dopo l’uscita del primo omonimo album (avvenuto lo scorso autunno per l’etichetta discografica di Gianluca Petrella, la Spacebone Records) e un tour italiano organizzato per promuovere il nuovo lavoro, i tre musicisti arrivano a Saanfelden con un nuovo equilibrio e una maturità – in qualità di ensemble – percepibile. Accompagnati, in questa avventura, dal tenorista austriaco Fabian Rucker hanno saputo smussare gli angoli di una precisa struttura triangolare, senza però scardinare i punti forti del loro universo sonoro, retto su un equilibrio perenne tra piani orizzontali e verticali, suoni terreni, fisici, quasi palpabili e suoni liquidi, potenti e simbolici.
Guidati dall’energia di Previte, qui anche in veste di compositore e arrangiatore, i quattro musicisti si sono mossi in un continuum unico e complesso: un dialogo leggero e spontaneo che ha passato in rassegna una buona parte dei brani del disco, concedendo spazi omogenei e mettendo in risalto le straordinarie capacità personali di ognuno. Il groove incisivo di Diodati, in bilico tra psichedelica jazz e elettro-fusion, tra aperture armoniche e amplificazioni visionarie, si è sposato perfettamente con il linguaggio energico, concreto e funambolico di Scardino. Il tutto è stato sorretto perfettamente da un Previte in stato di grazia, mai prevaricante e sopra le righe, capace di sorprendere e rinnovarsi, gettando continui stralci di luce e colore con una tecnica accademica lucida e incisiva.
Altro cortocircuito magico è avvenuto tra Tony Malaby (sax tenore) e Tom Rainey (batteria). In una sessione intensa e caratterizzata da trame strettissime (il primo brano è durato 27 minuti) e da una capacità d’improvvisazione vertiginosa, i due musicisti statunitensi sono saliti in cattedra, rendendo chiaro, ai presenti, come il feeling sia qualcosa di innato e istintivo: a occhi chiusi per gran parte del concerto, i due si sono sentiti, letti, visti, compresi. Gli oltre vent’anni di collaborazione, poi, hanno fatto il resto, regalando al pubblico presente un viaggio intellettivo di oltre un’ora: mentre il sassofonista ha sparato veri e propri mondi sonori su montagne russe senza freni – portandosi sulle spalle e nel suono una “scuola” che rintraccia le proprie radici a metà degli anni ’60 – Rainey era un corpo unico con la batteria, un flusso sinergico e costante tra braccia, gambe, piatti, timpani e rullanti, per un drumming coinvolgente e strabordante.

Giulia Focardi

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