RomaFF9: “Time Out of Mind” di Oren Moverman, sezione Cinema d’Oggi

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Time Out of Mind (id, Usa, 2014) di Oren Moverman con Richard Gere, Jena Malone, Kyra Sedgwick, Bryan D’Arcy James, Jeremy Strong, Ben Vereen, Steve Buscemi

Sceneggiatura di Oren Moverman e Jeffrey Caine

Drammatico, 1h 57′

Voto: 6½ su 10

L’ultimo film di Oren Moverman (The Messenger, Rampart) è uno strano oggetto nel panorama cinematografico odierno. Fortemente voluto dal suo protagonista, un misuratissimo Richard Gere anche in veste di produttore, Time Out of Mind parte da un soggetto su piazza da oltre dieci anni. L’osticità dell’argomento trattato non deve aver aiutato la realizzazione del film, che nella sua forma ultima si risolve in un’operazione indipendente e a bassissimo costo (poco più di cinque milioni di budget per 21 giorni di riprese), di impianto realistico ai limiti di una trattazione documentaria, poggiato quasi esclusivamente sulle spalle del suo sensibile protagonista.

Centro nevralgico della narrazione è, infatti, George (Gere), un uomo di mezza età, abbandonato e invisibile, che vaga per le strade di New York alla ricerca di un pasto caldo e di un letto. Non ci è dato sapere troppo della sua vita: sua moglie è morta di cancro, ha una figlia (Malone) che lo allontana, ha una cicatrice sulla nuca e tanta disperazione taciuta. All’inizio sembra voler rinnegare la sua condizione di homeless, poi è costretto a tirare le somme della sua esistenza. Scrutiamo, così, George nel suo peregrinare triste e solitario, in lontananza, attraverso vetri e grate, per provarne l’isolamento e l’incuranza alla quale viene esposto.

L’ambizione di fotografare una situazione drammatica dell’ambiente urbano, reduce dall’11/9 e dalla crisi economica senza ricorrere a enfasi e facili ricatti emotivi ma, anzi, accarezzando un nuovo fronte di regia sperimentale e “naturalista”, che comprende l’utilizzo di teleobiettivi nascosti e camere poco esposte per consentire a Gere un’inconsapevolezza del momento tale da garantire il più alto grado di verità dell’azione, è un elemento che va sicuramente a favore dell’opera. Tutto questo rigore, però, se da una parte porta a non cadere in facili giudizi nei confronti di un protagonista che non fa nulla per farsi ben volere a priori, dall’altro crea una distanza pericolosa nei confronti dello spettatore, a cui viene negata una progressione drammatica solida in luogo di una cronaca di un vagabondaggio che si avvita su sé stessa. Lo sguardo sul tema rischia, così, di rimanere soffocato dal ritmo catatonico e dalla monotonia dell’insieme.

Giuseppe D’Errico

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