RomaFF9: “La prochaine fois je viserai le coeur” di Cédric Anger, sezione Mondo Genere

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La prochaine fois je viserai le coeur (id, Francia, 2014) di Cédric Anger con Guillaume Canet, Ana Girardot, Jean-Yves Berteloot, Patrick Azam, Douglas Attal

Sceneggiatura di Cédric Anger, dal libro “Un assassin au-dessus de tout soupçon” di Yvan Stefanovitch con la collaborazione di Martine Laroche

Thriller, 1h 52′

Voto: 6 su 10

Molto liberamente ispirato a un celebre caso di cronaca che sconvolse la Francia sul finire degli anni Settanta, La prochaine fois je viserai le coeur (letteralmente, “la prossima volta mirerò al cuore”) segna l’esordio dietro alla macchina da presa del critico dei Cahiers du Cinema Cédric Anger. Lo fa con il genere francese per eccellenza, il polar, e chiama un magnifico Guillaume Canet a impersonare il gendarme che, fuori dagli orari di lavoro, si trasforma in un temibile serial killer di giovani donne.

Il regista, sin dai primi minuti, cerca di mettere a fuoco la psicologia dell’assassino, presentandocelo come un maniaco compulsivo che vive solo, collezzionista di armi e scrupoloso dell’igiene personale, goffo nella timida relazione con la sua donna delle pulizie (Girardot), amante della natura, forse segretamente omosessuale. Ogni sua missione omicida è accompagnata da una serie di punizioni corporali alle quali si sottopone: docce di acqua bollente si alternano a bagni ghiacciati, fustigazioni e lacerazioni col filo spinato; inoltre, è tormentato da allucinazioni di vermi e dorme nudo in una tenda. Insomma, il campionario dell’assassino seriale è ben fornito, e Canet (in forma strepitosa) non spreca neppure un elemento invano, caricando il suo Franck di un malessere interiore che implode nel silenzio ed esplode solo nell’atto violento.

Purtroppo il film si affida troppo al suo attore, dimenticando di costruire momenti di tensione e di giustificare una storia di per sé priva di spunti originali. Il regista mette in campo una capacità d’atmosfera notevole e, nella prima parte, dimostra di saper maneggiare il genere (ben riuscito il prologo con l’inseguimento al motorino) ma, a furia di raggelare le emozioni e di scarnificare il racconto fino alla sua essenza ritrattuale, corre il rischio di fiaccare l’interesse verso una vicenda che non ha grandi spunti a sua disposizione e, soprattutto, verso un personaggio che agisce e non ferisce mai lo spettatore. Date le premesse, il risultato è al di sotto delle aspettative.

Giuseppe D’Errico

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