RomaFF11 – Selezione Ufficiale: “Una”, un film di Benedict Andrews

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Una (id, GB/Canada, 2016) di Benedict Andrews con Rooney Mara, Ben Mendelsohn, Riz Ahmed, Tara Fitzgerald, Lena Olin, Indira Varma, Ruby Stokes, Natasha Little

Sceneggiatura di David Harrower, dalla pièce teatrale “Blackbird” di David Harrower

Drammatico, 1h 36’

Voto: 9 su 10

Benedict Andrews, 44 anni, è uno dei registi più apprezzati della scena teatrale australiana. Da Shakespeare a Tennessee Williams, passando per l’Opera, i suoi allestimenti non hanno mai mancato di suscitare interesse e clamore, dirigendo sul palco attrici come Cate Blanchett e Isabelle Huppert e raccogliendo riconoscimenti in tutto il mondo. Per il suo esordio alla regia cinematografica, Andrews ha scelto la trasposizione di uno dei più importanti testi teatrali britannici degli ultimi anni, Blackbird di David Harrower, storia d’amore e pedofilia di disturbante rigore, che, per il grande schermo, adotta come titolo il nome della sua protagonista, Una, interpretata da una strepitosa Rooney Mara.

una-filmA ispirare Harrower, che è anche autore della sceneggiatura, fu il caso di Toby Studebaker, ex marine incriminato per abuso sessuale su una ragazzina di undici anni; da questa base, l’autore scozzese immagina un possibile epilogo: il ritorno di lei a distanza di anni. Così nel film, Una ritrova il suo aggressore Ray (un altrettanto grande Ben Mendelsohn). Di lui, quarantenne, Una si innamorò quando aveva appena 13 anni. Adesso si fa chiamare Peter, è a capo di un’industria edile e per quell’amore illecito ha pagato la sua pena col carcere. Non si sente un pedofilo, non ha mai più avuto alcuna attrazione per le ragazzine, Una (nomen omen) è stata l’unica e sola. Oggi si ritrovano sul suo posto di lavoro, lei è ormai una donna di 25 anni con un trauma impossibile da sopire, lui un uomo di mezza età che si è rifatto una vita e che non vuole ripercorrere il passato. Cosa a cui lo costringe lei, in un gioco al massacro insano e senza vincitori.

Andrews sceglie il modo migliore per adattare al mezzo cinematografico una vicenda agghiacciante, che ha l’ardire di utilizzare l’ultimo vero tabù della società moderna per una sorta di mostruosa umanizzazione di un crimine continuamente riconsiderato e mai davvero interpretato come tale. Assecondando la penna chirurgica di Harrower, il regista si premura di equipararne la precisione con una messa in scena asettica, raggelante e, almeno nella prima parte, funzionalmente claustrofobica. Per questo, si affida a inquadrature di ipnotica audacia e alla fotografia, definita ed elegantissima, di Thimios Bakatakis.  Le parole hanno così modo di ferire come rasoi in un meccanismo di confessioni tardive forse troppo scoperto, mentre i flashback si dipanano caldi in una narrazione algida e geometrica, che centellina ogni chiave di lettura come una preziosa munizione in un campo di battaglia.

Il risultato è un film volutamente distaccato eppure affascinante, di quel fascino morboso che non tracima mai nel voyeurismo ma che, anzi, esalta ancora di più la feroce provocazione dei fatti. Straordinariamente recitato, con Rooney Mara che si conferma come una delle presenze cinematografiche più versatili, carismatiche e, diciamolo, inquietanti della sua generazione. Un film difficile, cattivo, che speriamo di trovare presto nelle nostre sale.

Giuseppe D’Errico

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