RomaFF10. Selezione Ufficiale: “Dobbiamo parlare” di Sergio Rubini

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Dobbiamo parlare (Italia, 2015) di Sergio Rubini con Sergio Rubini, Maria Pia Calzone, Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ragonese

Sceneggiatura di Sergio Rubini, Carla Cavalluzzi e Diego De Silva, dall’omonimo spettacolo teatrale di Sergio Rubini

Commedia, 1h 39′, Cinema di Valerio De Paolis, in uscita il 19 novembre 2015

Voto: 4 su 10

Il paragone con Carnage, prima pièce teatrale di Yasmina Reza e poi magnifico film di Roman Polanski, sarà pure fuori luogo, come ha tenuto a precisare Sergio Rubini, ma resta inevitabile. Dobbiamo parlare, oltre a essere l’incipit più temuto in ogni discussione relazionale, è anche il titolo del film scritto, diretto e interpretato dal talentuoso attore e regista pugliese che, forse con un eccesso di fiducia nelle possibilità cinematografiche del progetto, ha trasposto anzitempo per il grande schermo un suo spettacolo ancora in fase di primo rodaggio sui palcoscenici italiani.

Storia di corna, insoddisfazioni e recriminazioni borghesi tra due coppie in un attico del centro romano: i padroni di casa sono Vanni (Rubini), scrittore di successo che arrotonda le entrate con riviste e tv, e Linda (Ragonese), più giovane di lui, con la fobia dei gatti e propensa a redigere i romanzi del compagno; stanno per andare a cena con un importante editore quando la serata viene mandata a rotoli dai loro migliori amici, Costanza (Calzone) e Alfredo detto Prof (Bentivoglio), coppia in crisi sentimentale e patrimoniale, nel senso che non sanno più come rinfacciarsi e spartirsi spese e beni materiali, dermatologo lei, celebre cardiochirurgo lui, un amante a testa. Sarà una lunga notte di passione…

Rubini vorrebbe parlare di individualismo e della pericolosità delle parole, quelle taciute per quieto vivere, e quelle urlate anche se si vorrebbe dire altro. Purtroppo questo massacro verbale, oltre a essere totalmente privo di originalità sia per suggestioni intellettuali che per messa in scena, è soprattutto senza nessuna percepibile necessità. Prigioniero del suo schemino drammaturgico che attanaglia i personaggi in facili stereotipi (i sinistroidi Vanni e Linda sono conviventi progressisti col poster di Mao, e i destrorsi Alfredo e Costanza professano perbenismo e rigurgitano interessi personali), il film procede boccheggiando tra la facile notazione culturale e la battuta greve ed enfatica, tralasciando i giusti toni della commedia. L’autore e regista, inoltre, dimentica la lezione di Peckinpah, che tanto l’aveva aiutato ai tempi de La stazione, nella gestione di tempi e luoghi dell’azione limitati, col risultato di appiattire una serie di dialoghi, già in partenza poco credibili, in una dimensione del reale fin troppo artefatta e distante, generando solo noia. E per reggere una simile operazione sarebbero dovuti intervenire attori di grandissima levatura in un gioco di indispensabile alchimia e sottilissima ironia, cosa che decisamente non succede tra Rubini, Ragonese, Calzone e Bentivoglio (con improbabile raucedine romanesca). Una sonora delusione che ha lo spiacevole aroma della presunzione.

Giuseppe D’Errico

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