“Razzabastarda”, l’esordio alla regia di Alessandro Gassman tra rumeni e romani

RazzaBastarda-Alessandro-Gassman

Razzabastarda (Italia, 2013) di Alessandro Gassman, con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Gammarota, Michele Palcido, Madalina Ghenea

Sceneggiatura di Alessandro Gassman e Vittorio Moroni

Drammatico, 95 minuti, Moviemax, in uscita il 18 aprile 2013

Voto: 6 su 10

Lasciatosi ispirare dall’opera teatrale di Reinaldo Povod Cuba and his teddy bear, che racconta la difficoltà dei cubani di integrarsi in America agli inizi degli anni ’80, Alessandro Gassman firma la sua prima regia cinematografica, con un film da lui interpretato e scritto (per metà). In Razzabastarda, però, il popolo dei disadattati di turno è quello rumeno, e la location è una periferia laziale odierna e disperata.

razzabastarda-la-locandina-del-film-270000Certo integrarsi non è mai facile, specie se poi come biglietto da visita si hanno un passato dietro le sbarre e un presente troppo impantanato nello smercio di pezzi di ricambio per auto scassate, e bustine di polvere bianca per esistenze votate all’autodistruzione. Un peso troppo grande anche solo per potersi  augurare il pensiero di un futuro migliore. Eppure Roman, in Italia da 30 anni, non smette di sperare in un avvenire che possa riservare qualcosa di meglio a suo figlio Nicu, diciotto anni di conflitti interiori e crisi d’identità: troppo  italiano per i rumeni , troppo rumeno per gli italiani.

Roman ci crede davvero ad una possibilità di redenzione, tanto da impegnarsi in promesse (cui non potrà tenere fede) davanti alla Madonna Nera,  oggetto di culto prediletto dal suo popolo. Dai bicipiti tatuati alle statuine messe a riparo sulla porta d’ingresso della casa/deposito, le immagini sacre abbondano, come a voler scacciare via i demoni cui si è già in pasto. In un mondo mostrato in bianco e nero, quella religiosa resta una presenza massiccia per fare fronte allo scorrere di una vita incolore, consumata da un imbruttimento che  insieme ai colori si è mangiato progressivamente i sogni e le speranze.

Se questo film ha un pregio, oltre al coraggio che è (quasi) sempre di dovere riconoscere a chi porta sullo schermo un argomento scomodo, è quello di saper stemperare nel modo giusto la ferocia dei fatti, sviando abilmente la caduta nel drammone condito da patetismo. L’alternanza dei registri,che al dramma mischia  la comicità fulminea di alcuni dialoghi, salvaguarda la pellicola dal rischio.

razzabastarda-alessandro-gassman-foto-dal-film-3_midSul piano estetico l’uso del bianco e nero, oltre al valore simbolico, serve a dipingere la Razzabastarda con immagini intense che in un gioco di luci ed ombre dosate a dovere, restituisce di ciascun personaggio un  ritratto che ne definisce la personalità, mentre crea dall’ ambiente circostante un forte senso di angoscia che permane per tutti i 95 minuti della durata.

Nonostante la bravura di alcuni dei protagonisti qualcosa di ridondante, tuttavia, c’è, ed è una forzatura recitativa, a volte eccessiva, che rende qualche personaggio una macchietta un po’ troppo caricata. Primo fra tutti proprio il Roman interpretato da Gassman, la cui parlata bastarda, romanaccio con strascichi rumeni, lo rende a tratti caricaturale.

L’opera prima di Gassman figlio insomma non brilla per originalità (l’inserimento dell’elemento cromatico solo nelle sequenze oniriche, il conflitto padre/figlio, la difficoltà dell’ integrazione socio-culturale, sono tutte cose già viste), ma resta un lavoro onesto che attraverso una curata attenzione ai dettagli che valorizza al massimo l’aspetto visivo, cerca di fare passare il suo messaggio:  in un universo dominato dalla legge dell’ homo homini lupus, esiste una sola razza, quella umana.

Natalia Patruno

 

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