“Un ragazzo d’oro”, le ambizioni di Avati crollano in un film ridicolo

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Un ragazzo d’oro (Italia, 2014) di Pupi Avati con Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Giovanna Ralli, Cristiana Capotondi, Tommaso Ragno, Valeria Marini

Sceneggiatura di Pupi Avati

Drammatico, 1h 35′, 01 Distribution, in uscita il 18 settembre 2014

Voto: 3½ su 10

Un film come Un ragazzo d’oro fa male sia allo spettatore che al cinema italiano. Il primo lo troverà noioso e mal realizzato sotto tutti i punti di vista, il secondo soffrirà la sconfitta di un grande maestro come Pupi Avati, che l’ha scritto e diretto. Sentire il regista bolognese definire questa sua ultima fatica “il mio film più personale” equivale a concretizzare il fallimento di un’ambizione preziosa e, allo stesso tempo, a sminuirla clamorosamente, visti i miseri risultati e il trattamento difensivo e finanche denigratorio nei confronti dell’opera e della sua produzione – non proprio rosea – in fase di promozione. 

cover1300Come gran parte della recente filmografia avatiana, da Il papà di Giovanna fino al televisivo Un matrimonio, anche Un ragazzo d’oro ripercorre nuovamente un rapporto padre-figlio contrastato e fitto di rimorsi: in particolare, il soggetto affronta il tema inserendolo nell’ambiente cinematografico dei B-movies assai in voga nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta. Scamarcio è Davide Bias, un pubblicitario insoddisfatto con la passione della scrittura e qualche idiosincrasia di troppo, che da Milano ritorna a Roma per la morte del padre, un famoso sceneggiatore di film popolari, suicidatosi per poco chiare motivazioni. Immerso nel suo studio, Davide scopre l’esistenza di un’amante del genitore, un’affascinante editrice americana che gli rivela la volontà di pubblicare l’autobiografia che l’uomo avrebbe scritto ma a cui solo il ragazzo può risalire. L’editrice americana è Sharon Stone, del tutto fuori contesto, inconsapevole del ruolo e ignobilmente doppiata (da Jane Alexander…) con effetti devastanti.

Gli sviluppi sempre più pesanti e inverosimili della sceneggiatura, uniti all’imbarazzante rigidità degli attori – unica a scampare al ridicolo è una sempre splendida Giovanna Ralli, nei panni della vedova – si rivelano purtroppo fatali all’ennesima perlustrazione filiale su un insuccesso paterno cui viene negata ogni possibilità di riparo. Nel tentativo di rappresentazione del senso di colpa, materializzato in un copione inedito di Bias che trova la peggior traduzione filmica possibile, Avati avrebbe voluto parlarci del legame indissolubile che lega le mancanze dei padri alle insicurezze dei figli e, neppure troppo in sordina, introdurci nel sottobosco del cinema di cassetta, popolato di gente volgare, lucrosa e vilmente interessata.

A conti fatti, però, il film ne è venuto fuori poverissimo su tutti i fronti, infarcito di pillole (vere e metaforiche) e pubblicità, superficiale nelle dinamiche psicologiche, irreale negli accadimenti, enfatico nel trarre le conclusioni, persino irritante nelle musiche di Raphael Gualazzi. Sovente si scivola nel trash involontario, senza che il minimo approfondimento sui piattissimi personaggi possa infondere verità al trash voluto (il discorso funebre affidato a una Marini in lacrime poteva diventare cult). A mancare è la delicatezza di Avati, la sua poesia, la sua dedizione alla causa. Tutto, invece, si ferma a una ben poco professionale imitazione di professionalità, che si risolve in una drammatica banalizzazione di eventi in una messa in scena quantomeno discutibile.

Giuseppe D’Errico

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