“Quello che non so di lei”, un film di Roman Polanski, la recensione

quello-che-non-so-di-lei-emmanuelle-seigner-eva-green-delphine-elle

Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie, Francia, 2017) di Roman Polanski con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Dominique Pinon

Sceneggiatura di Olivier Assayas e Roman Polanski, tratto da Da una storia vera di Delphine de Vigan

Thriller, 1h 50′, 01 Distribution, in uscita il 1 marzo 2018

Voto: 5 su 10

Un nuovo film di Roman Polanski è accolto sempre con un certo giubilo da ogni buon cinefilo: che piaccia o meno, lo sguardo del grande autore polacco non è mai banale e le sue opere non mancano mai di suscitare interesse. Non avulso da passi falsi (il più evidente, fino a ora, è senza dubbio La nona porta) o secche d’ispirazione (il kolossal Oliver Twist), da sempre ossessionato dalla manipolazione dell’uomo e dal suo isolamento, Polanski è tornato a dirigere la moglie Emmanuelle Seigner a cinque anni di distanza da Venere in pelliccia, sulla scorta di un romanzo di Delphine de Vigan e di una sceneggiatura scritta insieme a Olivier Assayas. La collaborazione fra talenti, ai quali dobbiamo aggiungere almeno la presenza nel cast di una favolosa Eva Green e di Alexandre Desplat alla composizione musicale, non ha dato però i frutti che era lecito attendersi.

53905Quello che non so di lei è la storia di un blocco creativo che evolve, pian piano, nel rapporto morboso tra una scrittrice (Seigner), turbata dal successo del suo ultimo romanzo, e una sua affezionata lettrice (Green). L’amicizia improvvisa tra le due donne diventa ben presto dipendenza: le insicurezze della prima trovano terreno fertile nelle capacità persuasive della sua giovane ammiratrice, in grado di soggiogarne non solo la personalità ma anche l’identità. Che Elle (questo è il nomen/omen della fan) abbia dei doppi fini? E perché non sfruttare questa ambigua situazione venutasi a creare per scriverci su un nuovo libro?

Il tema della scrittura come viaggio in una verità nascosta ritorna in Polanski dopo L’uomo nell’ombra, così come la contrapposizione inevitabilmente conflittuale tra personaggi che incarnano le diverse facce di una stessa medaglia, come in La morte e la fanciulla, e la reclusione paranoide propria dei capolavori indiscussi del regista come Repulsion, Rosemary’s Baby e L’inquilino del terzo piano. I rimandi al suo cinema non mancano, e questo potrebbe essere anche un bene se permette di riflettere sull’evoluzione di un discorso autoriale che parte da lontano e arriva a confrontarsi con la società contemporanea. Purtroppo, però, il film perde subito di credibilità nel sottile gioco al massacro tutto al femminile tra la sprovveduta scrittrice-preda e la sua astuta seguace, adotta scelte di scrittura malamente illogiche, colpi di scena inverosimili, simbolismi banali e datati. Potremmo credere che il romanzo di partenza, per altro riadattato in modo assolutamente fedele, non fosse all’altezza di un regista come Polanski, capace di ben altre inquietudini; qui si accomoda in un sicuro professionismo fin troppo levigato, finendo fuori pista in un blando clone a metà tra Inserzione pericolosa e Misery non deve morire.

Giuseppe D’Errico

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>