“Qualcosa di buono”, salvate il soldato Swank dal “lacrima movie”

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Qualcosa di buono (You’re Not You, Usa, 2014) di George C. Wolfe con Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel, Loretta Devine, Marcia Gay Harden, Julian McMahon, Jason Ritter, Ali Larter, Stephanie Beatriz, Ernie Hudson, Ed Begley jr.

Sceneggiatura di Jordan Roberts, Shana Feste dal romanzo omonimo di Michelle Wildgen (ed. Vallardi)

Drammatico, 1h 44′, Koch Media, in uscita il 27 agosto 2015

Voto: 6 su 10

Periodicamente si affaccia sugli schermi quello che un tempo veniva definito il “lacrima-movie”, che, sotto varie declinazioni, è sopravvissuto fino a oggi. Se ieri la vittima preferita di questo genere di produzioni era un bimbetto depresso (Incompreso di Comencini) e di salute cagionevole (L’albero di Natale di Young e L’ultima neve di promavera di Del Balzo), oggi a esalare l’ultimo respiro è quasi sempre un adulto di bellissimo aspetto, di ceto sociale agiato e dalle altissime qualità umane, affetto da una malattia incurabile. Solo in rari casi il “lacrima” riesce a stigmatizzare il cinismo del mero spettacolo emotivo in un messaggio più radicale sulla patologia affrontata e sulle conseguenze che essa comporta nel malato e in chi gli è vicino. Non è il caso, purtroppo, di Qualcosa di buono, tratto da un romanzo di Michelle Wildgen, sceneggiato con spreco di stucchevolezze da Jordan Roberts (Big Hero 6) e Shana Feste (già responsabile del remake di Amore senza fine) e diretto da quel George C. Wolfe che al suo attivo ha una delle peggiori trasposizioni da Nicholas Sparks, il traumatico Come un uragano.

50591Con simili premesse si è pronti al peggio, ma tutto sommato questo film si rivela un passatempo certamente lacrimevole ma anche innocuo e solo parzialmente molesto. Nel classico incontro-scontro tra una dolcissima pianista (Swank) affetta da sclerosi laterale amiotrofica e una studentessa sbandata e completamente sprovveduta (Rossum) che si offre come badante, ciò che viene a galla è soprattutto la banalità di uno schema narrativo decisamente sorpassato. Lo script non ha sorprese di alcun genere ma, almeno nei momenti più duri, riesce a mantenere una certa delicatezza di toni. Per il resto, non manca nessun cliché sulla forza interiore del malato e sul disadattato che ritrova un senso per la propria vita; nel mezzo, tanto accessorio sentimentalismo (Swank viene tradita dal marito Duhamel, Rossum ha una tresca col professore McMahon), ironia di seconda scelta tra siparietti afro e corse con la carrozzella, e la vaga sensazione di un’opera inutile per quanto mai provocatoria. Non vale neppure come veicolo interpretativo per l’eccellente soldato Swank, anche produttrice, giacché Hilary ha già dato ampiamente prova del suo talento nei campi tortuosi del trasformismo patologico, e dispiace che un’attrice simile, con due premi Oscar sulla mensola, debba ancora ricorrere a certi ruoli per farsi notare.

Giuseppe D’Errico

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