Progetto “Domino”, di Irene Di Lelio e Manuel Capraro, la recensione

fabrizio

PROGETTO DOMINO

di Irene Di Lelio e Manuel Capraro

FABRIZIO

scritto e diretto da Manuel Capraro
con Antonello Azzarone

IL RINOCERONTE

di Eugène Ionesco,
diretto da Irene Di Lelio
con Gabriele Abis, Giulia Carpaneto, Lorenzo Tolusso, Antonello Azzarrone e Luca Mazzamurro

Voto: 6 su 10

Due spettacoli rappresentati senza soluzione di continuità negli spazi del Teatro India, una doppia messa in scena di testi differenti a costruire un ragionamento attorno all’idea della singolarità, dell’uomo “unico” – o meglio sarebbe scrivere “solo” – che esiste, lotta e or soccombe, or resiste al fuor di sé avverso, che in un caso (la pièce “Fabrizio”) lo annienta e in seconda rappresentazione (l’opera “Il rinoceronte”) lo rende disperatamente consapevole del proprio essere altro/contro  il resto del mondo.

In “Fabrizio”, un testo scritto e diretto da Manuel Capraro e interpretato da Antonello Azzarone, assistiamo alla sconfitta di un piccolo imprenditore, ingannato da feroci affaristi e abbandonato dalla donna per la quale tutto ha vanamente sacrificato. Lenta e inesorabile è la discesa nella follia del protagonista che combatte i propri demoni muovendosi all’interno di uno spazio scenico disseminato di rifiuti, urlando ad un mondo indifferente la propria disperazione: cadrà, auto annientandosi, dopo aver perso ogni altra speranza di fuga da un presente ferocemente ostile.

Come lui vengono abbattuti, uno dopo l’altro, anche i protagonisti della seconda messa in scena, una regia di Irene Di Lelio per le prove attoriali di Gabriele Abis, Giulia Carpaneto, Lorenzo Tolusso, Antonello Azzarrone e Luca Mazzamurro. In una cittadina di provincia la normale routine lavorativa di un gruppo di colleghi viene stravolta quando, improvvisamente e inspiegabilmente, le persone iniziano a trasformarsi in rinoceronti che tutto travolgono e tutto tramutano: scompaiono all’improvviso le persone e con esse consolidate gerarchie sociali e legami affettivi. Si oppone alla ferale trasformazione il solo Berenger, ultimo rappresentante di un genere sconfitto che sembra trovare pace nella logica del branco: preferirà la disperazione della solitudine all’annullamento nella bestiale omologazione.

rinoceronteDomino è dunque il nome del progetto che nasce dall’accostamento scenico delle creazioni delle compagnie “Gli Artimanti” e “Linee Libere”, una messa in scena nella quale le intenzioni narrative degli autori vengono attualizzate attraverso parossismi recitativi (in “Fabrizio” Azzarone è chiamato a dar corpo e voce a quattro differenti maschere) e artifici scenici ora interessanti (l’enorme pagina di giornale calpestata dagli smarriti protagonisti de “Il rinoceronte”) ora reiteratamente innervosenti (un megafono a produrre ulteriori rumori in una rappresentazione già di per sè molto declamata). Se la riduzione del testo di Eugène Ionesco (dai tre atti originari all’unicum andato in scena al Teatro India) non aiuta l’assimilazione della complessità dell’interessante opera diretta dalla Di Lelio, al contrario la linearità della drammaturgia nel lavoro di Capraro troppo si affida ad un protagonista al quale troppo viene chiesto di fare.

Val la pena, comunque, lasciarsi stordire da uno spettacolo inconsueto e vigorosamente folle che, pur nelle sue esagerazioni, è capace di ragionare sul tema della solitudine esistenziale con aspra convinzione.

Marco Moraschinelli

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