“Prima della pensione” di Thomas Bernhard, la recensione

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PRIMA DELLA PENSIONE
Ovvero Cospiratori
una commedia dell’anima tedesca

di Thomas Bernhard
traduzione Roberto Menin
progetto, scene e regia Elena Bucci e Marco Sgrosso
supervisione ai costumi Ursula Patzak, immagini Alvaro Petricig
con Elena Bucci, Marco Sgrosso, Elisabetta Vergnani
luci Loredana Oddone, drammaturgia e suono Raffaele Bassetti

produzione ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Le belle bandiere

Andato in scena all’Arena del Sole di Bologna

Voto: 9 su 10

Tutta l’azione si svolge intorno a un rito, una ricorrenza che vede i tre protagonisti della pièce coinvolti, in modo diverso. L’avvenimento si presenta ogni anno, il 7 ottobre, ed è celebrato con dovizia di particolari. Ogni oggetto è un simbolo che innesca ricordi e fomenta fanatismi, ogni persona è complice nella costruzione di una sinistra liturgia che diventa espressione del pensiero, folle e spaventoso che si nasconde all’interno di questo nucleo famigliare. Nella Pièce “Prima della pensione. Ovvero cospiratori”, andata in scena all’Arena del Sole di Bologna, la congiura, la cospirazione, l’intrigo sono i veri protagonisti e si celano dietro i personaggi pensati da Thomas Bernhard per gettare uno sguardo inquietante ma lucido sui terribili avvenimenti della storia che hanno visto come protagonista la Germania, in cui la pièce è ambientata. Ma non solo. Perché la verità non è mai confinata, essa ha diverse sfumature e i punti di vista possono apparire tutti plausibili. Niente è vero e niente è falso nel teatro di Thomas Bernhard e, alla fine, a essere veramente inammissibile sono la stupidità, la prepotenza e il conformismo.

Ci troviamo nell’interno dell’abitazione della famiglia Höller, formata da due sorelle, Vera e Olga e un fratello, Rudolf, presidente del tribunale d’assise prossimo alla pensione ed ex ufficiale delle SS. La scena è cupa, il grigio predomina in tutto l’ambiente dal quale emana un senso di claustrofobia reso ancora più soffocante dalle luci tenui che, a tratti, evidenziano alcuni punti dell’abitazione rendendola ancora più inquietante. Sono le due sorelle ad avere un primo confronto in scena, a presentare il nucleo famigliare, attraverso recrimininazioni reciproche e rimpianti iniziano a emergere aspetti raccapriccianti sia delle dinamiche interne sia del rapporto che i tre protagonisti hanno con l’esterno. Vera (interpretata da Elena Bucci), Olga (Elisabetta Vergani), e Rudolf (Marco Sgrosso) sono un gruppo di congiurati che vivono all’interno di un meccanismo perfetto, dove ognuno svolge un ruolo specifico, che ne suggella l’identità attraverso una reiterazione perpetua di abitudini e atteggiamenti.

Vera e Rudolf sono le basi di questo triangolo famigliare, uniti non solo dal legame fraterno ma anche da un incestuoso rapporto d’amore, solidi nelle loro ideologie, rinchiusi in un senso di nostalgia per un tempo che non tornerà più, un tempo cupo, orrendo e pieno di crimini ma che loro agognano contrapponendolo alla società attuale, frutto dell’ascesa americana, del consumismo sfrenato e dell’eccessiva indulgenza. A questo caos esterno si contrappone l’ordine, il rigore, la disciplina della loro abitazione dove i protagonisti recitano sempre la stessa parte, rinchiusi nella loro tana, che diventa un’arena da combattimento, un carcere, una culla.

Al vertice del triangolo, in contrapposizione ai due fratelli, c’è Olga, capro espiatorio e occhio critico ma inerme, è apparentemente la più sfortunata. Costretta a vivere sulla sedia a rotelle a causa di un bombardamento americano durante la guerra deve subire le angherie dei suoi fratelli, così lontani dalle sue ideologie, non solo politiche, ma di cultura, di arte, di vita e cova dentro odio, rabbia e disprezzo. È un paradosso comico e amaro al tempo stesso, vedere come la ribelle del gruppo sia ingabbiata sulla sedia a rotelle, impossibilitata nel suo desiderio di protesta e costretta a subire i soprusi di chi detiene il potere della sua vita, di chi può manipolare la sua sorte, come decidere se mandarla in un istituto, tante volte nominato nella pièce per rimarcare un senso di colpa che deve essere vivo perché esso soggioga, ammutolisce, assoggetta.

Ognuno paga il suo prezzo per non rompere l’equilibrio, per tenere fede al proprio ruolo, facendo continuamente gli stessi errori. I tre personaggi intrappolati nel claustrofobico ambiente costruito da Bernhard, vivono questo tempo della sospensione, ovvero prima della pensione del fratello, nella reiterazione dei comportamenti, attraverso ricordi del passato, complice l’album fotografico di famiglia da cui emerge la nostalgia per uno dei periodi più folli e oscuri del nostro tempo e con l’attesa di un futuro diverso, che oscilla tra il desiderio di ripristinare un assetto sociale e politico estinto e la voglia di evadere, di uscire dal guscio, di viaggiare e aprirsi perché no, anche a nuove vedute del mondo.

Amelia Di Pietro

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