“Posh”, scontro di classe e morale ma la critica è didascalica

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Posh (The Riot Club, GB, 2014) di Lone Scherfig con Max Irons, Sam Claflin, Douglas Booth, Holliday Grainger, Freddie Fox, Nathalie Dormer, Jessica Brown Findlay, Sam Reid, Tom Hollander

Sceneggiatura di Laura Wade, dalla sua pièce teatrale “Posh”

Drammatico, 1h 46′, Notorious Pictures, in uscita il 25 settembre 2014

Voto: 4½ su 10

L’università di Oxford, la più antica e rinomata istituzione professionale su suolo inglese, è da sempre patrimonio di storia e personaggi che hanno contribuito a rinsaldarne la nomea. Oxford, però, è anche territorio di giovinastri trogloditi, crudeli e viziati, provenienti dalla classe sociale più abbiente, che smaniano per entrare a far parte di una confraternita. Da questo dato di fatto è partita Laura Wade per la sua commedia teatrale “Posh” (vezzeggiativo per elegante e snob) che tanto ha scosso i palcoscenici londinesi e che trova ora una forma cinematografica con la regia della danese Lone Scherfig.

Posh_Poster1908Da Omicidi di classe fino a The Skulls, passando per Momenti di gloria e L’attimo fuggente, l’argomento trattato non è nuovo al grande schermo, sebbene la focalizzazione esclusivamente oxfordiana la renda di per sé più interessante e originale rispetto a correlativi del passato. L’arco narrativo, però, è insoddisfacente sotto più punti di vista: il testo teatrale era costruito in unità di tempo, luogo e azione, e prendeva le mosse da una cena che i membri del Riot Club, una congrega di studenti dedita all’esaltazione più egoistica e classista, organizzavano una volta all’anno, tra fiumi di alcol, voglia di sesso e strisce di coca, con conseguente distruzione totale del ristorante e rimborso spese al proprietario. Il film, sceneggiato dalla stessa Wade, riserva il momento clou dell’abbuffata serale ben oltre la seconda parte, dilungandosi nella prima in un racconto scontato delle follie goliardiche della giovane fratellanza e in banali ritratti psicologici, perdendo così gran parte della forza dirompente che avrebbe dovuto contraddistinguere la dissolutezza morale durante la cena.

Invece, la schematizzazione didascalica e il timore dei divieti (parliamo pur sempre di un film indirizzato principalmente a un pubblico di teenager) impoverisce una critica importante alla perdita di valori di una classe sociale ferma all’idea dell’élite. Nonostante la regista conservi la giusta distanza utile a guardare a questi ragazzi col biasimo che meritano, Posh si rivela, molto più scolasticamente, un pamphlet sul delirio di onnipotenza dei ricchi cattivi verso i poveri buoni. Ben utilizzato, comunque, il cast di giovani stelline del panorama inglese.

Giuseppe D’Errico 

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