“Pina Bausch a Roma”, un documentario di Graziano Graziani, la recensione

Pina-Bauch-a-Roma

PINA BAUSCH A ROMA

Un film documentario di Graziano Graziani
da un’idea di Simone Bruscia
e Andrés Neumann
musiche Mammooth

Voto: 7 su 10

Il Teatro Argentina è pieno, sullo schermo che occupa il palcoscenico è proiettata una fotografia in bianco e nero che ritrae Pina Bausch in primo piano, l’immancabile sigaretta tra le mani; accanto al suo viso è riportato un suo pensiero che recita: “Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti, ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più cosa fare. A questo punto comincia la danza”.

Si sente subito l’atmosfera della serata-tributo: in platea c’è l’assessore alla cultura del Comune di Roma Luca Bergamo, la giornalista Leonetta Bentivoglio, il produttore Andrés Neumann, e soprattutto c’è Cristiana Morganti, la ballerina italiana che per 20 anni ha fatto parte del Tanztheatre Wuppertal: tutti presenti per assistere alla proiezione del documentario di Graziano Graziani “Pina Bausch a Roma”, ma forse ancor di più – loro e tutti gli altri – sono lì a ricordare quella coreografa che del teatro danza fu l’ideatrice e l’emblema, creatrice di una forma d’arte che, come la stessa Bentivoglio dichiara nel suo intervento iniziale, ha influenzato ogni altra forma di espressione artistica sul finire del Secolo appena trascorso.

Certo è un bel regalo per tutti gli estimatori del lavoro della Bausch questa raccolta di testimonianze delle persone che incontrarono la ballerina tedesca in occasione della preparazione dei due spettacoli che la danzatrice creò in onore della città di Roma: “Viktor” del 1986 e “O Dido” prodotto nel 2000. Attraverso le parole di coloro che in quei periodi la conobbero, durante le incursioni notturne nei campi rom, nei ristoranti, nei locali notturni della capitale romana e in ogni altro posto nel quale la Bausch ritenesse di poter “studiare” la vita autentica della realtà urbana, raccogliamo il ritratto di una donna curiosa, instancabile, devota ad un’arte che coincideva con la rappresentazione stessa dell’esistenza umana, nelle sue molteplici , differenti forme.

Ecco perché questo viaggio sulle orme di colei che Federico Fellini definì “una santa sui pattini a rotelle” inizia nella roulotte di un campo nomadi, presso quella famiglia di zingari che a più riprese condivise con lei canti, cene e intime usanze e prosegue nel racconto divertito e divertente di Vladimir Luxuria, che la conobbe a Muccassassina, o nelle parole con le quali Matteo Garrone condivide il ricordo surreale di una visita, alle prime luce dell’alba, all’interno delle stanze di un locale transgender.

Si può anche non conoscere la vita e il lavoro di Pina Bausch, ma il documentario di Graziani è apprezzabile perché capace di far comprendere – ad amanti o meno del teatro-danza – quello che forse è uno dei più grandi lasciti della performer scomparsa nel 2009: la vita si consuma dentro le passioni che ci rapiscono l’anima, con curiosità infaticabile ad inseguire, come fu per Pina, l’umanità di confine, sostenuti nel viaggio dalla forza che si trova quando si ha in sé la capacità di concedersi, con devozione totalizzante, all’amore per un Arte che racconta – senza giudicare – l’essere umano nelle suoi più molteplici riflessi.

Marco Moraschinelli

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